A meno di un mese dal Referendum sulla giustizia perché dire No

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A meno di un mese dal Referendum sulla giustizia perché dire No
Manuel M Buccarella

Il 22 e 23 marzo, come noto, i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi, con referendum confermativo, e dunque senza quorum, sulla riforma costituzionale della giustizia approvata dal governo Meloni.

La riforma tocca diversi punti, dalla separazione delle carriere, alla separazione dei Csm ed ai metodi di nomina dei membri, sino alla creazione dell’Alta Corte di Disciplina.

La separazione delle carriere

Proporre, come fa il governo Meloni, la separazione delle carriere tra i magistrati inquirenti e quelli giudicanti è qualcosa di inutile oltre che dannoso. Inutile perché di fatto, dopo la riforma Cartabia, la separazione c’è già, con rarissimi passaggi da una funzione all’altra, grazie ai particolari meccanismi previsti da questa legge, che qui non commentiamo. L’idea che tale separazione possa incidere sulla qualità e sui tempi del processo penale è assolutamente fuori portata, come per altro confermato dal Guardasigilli Nordio. Lo stesso Guardasigilli ha più volte negato che si voglia mettere i pm sotto l’esecutivo. D’altronde rimane l’art. 104 Costituzione, non toccato dalla riforma.

Ma è davvero così? In verità il governo si sta preparando ad un assoggettamento dei pm e della polizia giudiziaria all’esecutivo, parola di Antonio Tajani (Forza Italia). Vi è un disegno di legge, a firma dei senatori di Forza Italia e Lega Pierantonio Zanettin e Erika Stefani, che rafforza la riforma Cartabia. “Bisogna trovare un criterio in modo che tutte le procure abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste da fare”, aveva affermato all’Ansa il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Detto fatto. A meno di un mese dal referendum sulla separazione delle carriere la maggioranza ha già preparato una legge, in caso della vittoria del Sì, per indirizzare l’operato dei magistrati sui reati da perseguire. Una bozza che rafforzerà la riforma Cartabia, già in vigore, nella quale si erano introdotti criteri di priorità per i reati su cui indagare.La proposta di legge, già incardinata al Senato, l’hanno firmata i senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) ed Erika Stefani (Lega). Nel ddl Zanettin-Stefani, il 933, sotto il titolo “Criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale” c’è scritto: “Nella trattazione delle notizie di reato e nell’esercizio dell’azione penale il pm deve tenere conto dei seguenti criteri di priorità: a) gravità dei fatti, anche in relazione alla specifica realtà criminale del territorio e alle esigenze di protezione della popolazione; b) tutela della persona offesa in situazioni di violenza domestica, o di genere e di minorata difesa; c) offensività in concreto del reato, da valutare anche in relazione alla condotta della persona offesa e al danno patrimoniale e/o non patrimoniale ad essa arrecato, nonché alla mancata partecipazione da parte dell’indagato a percorsi di giustizia riparativa nelle indagini preliminari”.

Da sottolineare che nell’art. 5, sotto il titolo “Relazione al Parlamento”, dettando le regole per il discorso che ogni anno viene tenuto dal Ministro della Giustizia alle Camere, dopo le parole già esistenti – “programmi legislativi del governo in materia di giustizia per l’anno in corso” – viene aggiunto “nonché sull’applicazione dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale”. Un passaggio in sordina cruciale perché consentirà al potere esecutivo di stabilire, per tutti i magistrati inquirenti d’Italia, quali dovranno essere “le priorità nell’esercizio dell’azione penale”. In buona sostanza, il ddl toglierà definitivamente ai pm la possibilità che gli è rimasta, nonostante la legge Cartabia, di aprire inchieste sui reati sui cui si ritiene di indagare, affievolendo fortemente l’applicazione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.

L’art. 112 della Costituzione italiana impone al Pubblico Ministero (PM) di avviare indagini e promuovere l’azione penale quando viene a conoscenza di una notizia di reato. Questo principio garantisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’indipendenza del PM, impedendo selezioni discrezionali nella persecuzione dei reati. Già oggi il Procuratore della Repubblica (o Procuratore Capo), magistrato a capo dell’Ufficio del Pubblico Ministero, è il titolare esclusivo dell’azione penale, che esercita personalmente o tramite sostituti. Dirige le indagini, organizza l’ufficio e garantisce il corretto esercizio dell’azione penale. La sua figura è regolata dal D.Lgs. 106/2006.

Aggiungiamo anche che nel frattempo la maggioranza di governo ha abrogato totalmente il reato di abuso d’ufficio, per cui i colletti bianchi sono salvi da diverse incriminazioni: pensiamo anche alle irregolarità registrate nell’ultimo concorso per notaio. Chi trucca un concorso pubblico, ed in Italia molti pubblici concorsi non brillano certo per trasparenza, la passa liscia. Inoltre in Italia gli evasori fiscali non assaggiano praticamente mai il carcere.

I due CSM

Attuando la separazione delle carriere il governo ha previsto due diversi CSM, uno per i pubblici ministeri, l’altro per i giudici, ove la componente togata verrebbe estratta a sorte mentre il parlamento sorteggerebbe i suoi rappresentanti da liste preconfezionate di docenti di diritto ed avvocati cassazionisti. L’estrazione a sorte dei magistrati sarebbe prevista per evitare la formazione di correnti, quelle che sino ad oggi hanno condiviso con i membri laici ed i partiti la scelta dei procuratori capo delle principali sedi. Ora con la riforma la scelta di fatto spetterebbe ai laici, con una magistratura requirente politicizzata solo grazie …alla politica…

L’Alta Corte di Disciplina, infine, è un’autentica barzelletta. Ne parleremo, semmai, in separata sede.

Una breve nota sulle origini storiche e politiche della maggior parte di coloro che hanno proposto la riforma. Quelli di Fratelli d’Italia sono per lo più figli e nipoti di chi dopo l’amnistia Togliatti del 1946, diede vita, sempre nello stesso anno, al Movimento Sociale Italiano. Forza Italia, creata da Silvio Berlusconi, pare avere qualche addentellato con Cosa Nostra e con la Massoneria, quella stessa, la Loggia P2 di Licio Gelli, cui Berlusconi era tesserato, mirava appunto alla separazione delle carriere ed al controllo politico della magistratura.

Insomma dopo 80 anni possiamo dire che l’amnistia Togliatti (e poi De Gasperi) fu un grave errore.

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