LA COALIZIONE EPSTEIN

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LA COALIZIONE EPSTEIN

Alfredo Facchini

C’era un tavolo aperto. C’erano date fissate. C’era una mediazione riconosciuta. A febbraio, a Muscat, prendevano forma colloqui indiretti tra Washington e Teheran, sotto l’egida del ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi. Si discuteva di nucleare, di limiti all’arricchimento, di sanzioni. Si scambiavano proposte. Si misuravano le distanze.Il presidente Donald Trump parlava di segnali incoraggianti.

Poi il passaggio a Ginevra. Secondo e terzo round. “Progressi significativi”, veniva riferito. Si preparava un livello tecnico a Vienna. Le divergenze restavano, certo. Ma il canale era vivo.Oggi la guerra.Dalla diplomazia febbrile alla guerra. Dall’ottimismo pubblico alla retorica bellica. La guerra come necessità, inevitabile. Ma fino a ieri si parlava di accordo possibile. In questo snodo entrano in gioco i guai di due canaglie. Negli Stati Uniti il presidente pedofilo, si sa, naviga in acque parecchio agitate. Da un lato, lo schiaffone preso sui dazi, dall’altro, l’incubo dei dossier legati a Jeffrey Epstein. In un contesto simile, è urgente spostare l’attenzione, ridefinire l’agenda. La storia insegna che quando la pressione domestica cresce, la tentazione di alzare il livello dello scontro fuori dai confini aumenta.Il nemico esterno sostituisce il conflitto interno.

Idem sul fronte sionista. Per Benjamin Netanyahu, sempre alle prese con i tribunali, il caos permanente è puro ossigeno. E finché continua, tutto il resto resta sullo sfondo. Ogni escalation che si apre, sposta l’asse del discorso pubblico e ricompatta ciò che in tempi ordinari si dividerebbe. Così due canaglie, senza consultare nessuno, senza un voto alle Nazioni Unite, senza un mandato internazionale, hanno deciso di aggredire uno Stato sovrano ed eliminare la sua leadership, convinti che basti recidere una testa per piegare un regime.

Una distrazione potente. Che non cancella i problemi interni. Li copre. Poi si vedrà. Come per altre scellerate “avventure militari”: Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Ormai lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. È la nuova normalità. E dentro questa normalità deformata si misura anche la debolezza di chi, per anni, ha riempito discorsi e vertici solenni di richiami al diritto internazionale. Parole altisonanti, formule ripetute, dichiarazioni impeccabili. Poi, al momento decisivo, il silenzio. O l’allineamento. O una cauta presa d’atto.

Non servono proclami quando le bombe cadono; servirebbero atti coerenti. Invece si assiste a richiami generici alla “de-escalation” che non mettono in discussione l’origine dello strappo. Così la violazione diventa prassi. La forza bruta diventa metodo.

Tanto Sanremo è Sanremo!!!

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