Alfredo Facchini
È ormai di dominio pubblico che, per il Pentagono, non esistevano prove di intelligence che l’Iran stesse per attaccare per primo le forze statunitensi. Eppure Donald Trump ha deciso di tirare dritto con l’azione militare. Perché? Tra i tanti interrogativi che si addensano sulle ragioni di questa scellerata escalation, aleggia ovviamente l’incubo dei file Epstein.Facciamo un passo indietro. 9 febbraio 2026. Jamie Raskin, deputato democratico del Maryland, circondato dai reporter, ha appena finito di visionare una tranche di documenti non censurati su Jeffrey Epstein.Chi è Raskin? È il Ranking Member della House Judiciary Committee, il membro più autorevole della minoranza nella Commissione Giustizia della Camera. In questa veste esercita poteri di supervisione diretta sull’operato del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e dell’Federal Bureau of Investigation. È una delle voci più critiche sulla gestione dei dossier Epstein da parte dell’attuale amministrazione e del Procuratore Generale Pam Bondi. E qui sta il punto: un uomo con poteri di controllo parlamentare che esce dal Dipartimento di Giustizia e decide di raccontare ai cronisti ciò che ha letto.Dice di aver trovato nei fascicoli ragazze di quindici anni. Di quattordici. Di dieci. Parla addirittura di una bambina di nove anni. Dove le età non sono numeri ma corpi esposti, infanzie spezzate.Raskin afferma poi che il nome di Donald Trump ricorre nei documenti più di un milione di volte. “È ovunque”, sintetizza. E cita tra l’altro un’email del 2009 che contraddirebbe la narrazione dell’allontanamento di Epstein da Mar-a-Lago la residenza di Trump. Tutt’altro. Attenzione: Raskin non costruisce un teorema giudiziario tra Trump e le vittime minorenni. Ma fa notare che all’appello mancano ancora tre milioni e mezzo di file che non sono stati desecretati. È questo il cuore dello scontro.Raskin accusa apertamente il Dipartimento di Giustizia di schermare nomi potenti. Se le pagine mancanti contengono responsabilità imbarazzanti, il silenzio diventa complicità. E chi sceglie di non aprire tutti i fascicoli sceglie, consapevolmente, di proteggere qualcuno.E quando metà archivio resta chiusa, l’ombra diventa terreno fertile per ogni ipotesi. Tra queste, da anni circolano speculazioni su possibili intrecci tra Epstein e il Mossad. Il primo snodo è Ghislaine Maxwell. Suo padre, Robert Maxwell, magnate dell’editoria morto nel 1991, è stato oggetto di numerose inchieste giornalistiche che ne hanno ipotizzato rapporti con l’intelligence israeliana. Al suo funerale in Israele, non a caso, parteciparono alte autorità statali.Un secondo filone nasce dalle dichiarazioni di Ari Ben-Menashe, ex funzionario dell’intelligence israeliana, il quale ha sostenuto pubblicamente che sia Robert Maxwell sia Epstein avrebbero operato nell’orbita dei servizi. Secondo questa versione, Epstein sarebbe stato coinvolto in operazioni di “honey trap”, finalizzate alla raccolta di materiale compromettente su figure influenti. In soldoni: ricatti. C’è poi il capitolo Ehud Barak. L’ex primo ministro israeliano ha ammesso di aver avuto rapporti personali e finanziari con Epstein, inclusi incontri e investimenti. La sua presenza nei registri di volo e nelle proprietà di Epstein sono incontrovertibili.Infine, la cosiddetta teoria del “ricatto di Stato”: l’ipotesi che il patrimonio opaco di Epstein e la sua capacità di muoversi per anni tra élite globali fossero legati, per l’appunto, a un sistema di protezione basato su materiale compromettente.Insomma, sulla carta un verminaio che parla di prossimità e di possibile compromissione di Donald Trump con un sistema di relazioni, a dir poco, opache. E quando un nome compare ovunque in carte ancora parzialmente coperte dal segreto, non è peccato immaginare il peggio. Se si tiene insieme tutto – l’escalation militare priva di una minaccia imminente certificata, i file ancora coperti dal segreto, i nomi che ritornano ossessivamente – il sospetto diventa inevitabile.La guerra può diventare una leva. Un rumore di fondo assordante capace di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, di saturare il dibattito, di ridurre a nota a piè di pagina ciò che, in condizioni normali, occuperebbe le prime pagine per mesi. La storia insegna che i conflitti non sono solo fatti militari.Se esistesse materiale compromettente in grado di esercitare pressione su figure di vertice, le scelte di politica estera smetterebbero di essere soltanto strategiche. Diventerebbero reazioni. Mosse obbligate. Conseguenze di un ricatto.

