Il 4 maggio 1980 si spegneva in una clinica di Lubiana Josip Broz Tito. Il Maresciallo, che condusse una guerra partigiana jugoslava vittoriosa contro il nazifascismo, fu alla guida della Repubblica Federativa Socialista Jugoslava e della Lega dei Comunisti jugoslavi dalla fondazione fino alla sua morte, sotto il motto “Fratellanza ed Unità”.
Avrebbe compiuto 88 anni tre giorni dopo. Tito, persona assai intelligente ed astuta, ha raccolto intorno alla sua figura luci ed ombre, queste ultime soprattutto ad opera dei detrattori, dalle foibe fino alla repressione dell’opposizione interna.
Dopo la sua morte la Jugoslavia, a causa dei crescenti nazionalismi e della crisi economica, si dissolse inesorabilmente.
Le foibe e la questione degli esuli italiani
Quanto alle foibe, fenomeno che coinvolse tra i 3500 ed i 5mila morti, va detto che non si trattò affatto di una persecuzione contro la popolazione italiana, quanto piuttosto della risposta alle violenze ed alla dittatura nazifascista, che occupava quelle terre. Gli eccidi degli slavi riguardarono in prevalenza soldati e funzionari fascisti, anche se non mancarono delle esagerazioni che colpirono persone non coinvolte,come accade spesso e purtroppo in guerra. Fatto sta che molti soldati italiani si aggiunsero alla resistenza jugoslava per combattere contro il nazifascismo.
Quanto infine all’asserita pulizia etnica a danno degli italiani in Istria e Dalmazia, va precisato che i titini adottarono provvedimenti di esproprio proletario nei confronti non solo dei ricchi italiani, ma anche di altre etnie. L’ esodo italiano fu accompagnato anche dalla vicinanza al fascismo di molti italiani. Quindi l’esodo fu determinato sia dalla lotta di classe dei comunisti titini contro i proprietari, italiani e non, sia dalla fede fascista di molti italiani, che pure ispirò una certa diffidenza dei comunisti verso gli italiani. Non vi fu comunque nessuna deportazione.Oggi gli italiani sono rimasti in circa 30mila.
I rapporti con Stalin
Ebbe il merito di condurre la resistenza, con i suoi partigiani comunisti, in maniera sufficientemente autonoma rispetto agli Alleati e soprattutto all’Unione Sovietica, il che gli consentì di sottrarsi alla dipendenza dall’Urss di Stalin, con cui ruppe nel 1948.
Nel 1948 la Jugoslavia e Tito vengono espulsi dal Cominform in quanto si sottraggono all’ordine di Stalin di rispettare il nuovo ordine maturato nella Conferenza di Yalta del 1945, che prevedeva una Jugoslavia controllata dagli Alleati (Usa e Regno Unito) e non indipendente e neutrale, come voleva Tito e come fu. Il maresciallo subì 5 attentati da parte di sicari inviati da Stalin, puntualmente sventati. Dopo i vari attentati e l’espulsione dal Cominform, incominciò la repressione, durata 6 anni, dal ’48 al ’54, contro i nemici interni al partito di fede stalinista e contro in genere chi manifestasse simpatie per l’Urss e si opponesse al nuovo regime. Nacque così nell’isola di Goli Otok un campo di concentramento che in 6 anni accolse migliaia di detenuti (ne morirono alcune centinaia). Una pagina triste della storia della Jugoslavia.
L’autogestione dei lavoratori
Nel 1950 Tito ed i suoi lanciano l’autogestione dei lavoratori, la via jugoslava al socialismo, che prevede una diffusa proprietà collettiva e gestione diretta delle aziende pubbliche e non solo da parte dei lavoratori. È la democrazia nel lavoro. Il modello ebbe un discreto successo, anche se in alcuni casi l’eccessiva presenza e controllo del partito nelle fabbriche e nei posti di lavoro ridimensionò la sua portata innovativa.
Il movimento dei Paesi non allineati
Tito assume un ruolo di statista di rango internazionale quando fonda nel 1955, assieme a Nehru (India) e Nasser (Egitto), il movimento dei Paesi non allineati, la cui prima conferenza sarà proprio a Belgrado nel 1961. Si tratta di centinaia di paesi che intendono essere neutrali, senza schierarsi con i due blocchi, condannando il neo colonialismo, l’imperialismo e la guerra. Tito sfiorò per questa attività il Premio Nobel per la Pace.
Un padre della patria inizialmente autoritario, nel tempo i suoi poteri furono trasferiti al governo ed alle repubbliche che componevano la Federazione. Un presidente amatissimo dal popolo jugoslavo, che riuscì a tenere insieme un popolo diviso.
Il ricordo di Siniša Mihajlović
Siniša Mihajlović e la Jugoslavia di Tito.
Hai nostalgia della Jugoslavia?
«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il Maresciallo è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».
