Riflessioni sui due anni di governo di Giorgia Meloni.

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Riflessioni sui due anni di governo di Giorgia Meloni.

Manuel M Buccarella

Il 22 ottobre 2022 si insediava il governo guidato da Giorgia Meloni, leader del partito di destra Fratelli d’Italia, erede di quel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale che trae le sue radici dall’esperienza brutale ma fallimentare del fascismo e della Repubblica di Salò. A dire il vero da quei tempi acqua sotto i ponti ne è passata davvero parecchia e la ex missina, una volta al potere, è riuscita a mimetizzarsi come un vero e proprio camaleonte, facendo dimenticare solo in parte e solo momentaneamente, i suoi compromettenti trascorsi. Ma si sa, andare al governo di un paese necessita spesso di cambi di pelli anche significativi, pur di poter governare senza imbarazzare poteri forti domestici come internazionali. Basti pensare anche a quanto fatto da ex comunisti del Pd-Pds giunti al potere ed a provvedimenti e posture anche antipopolari come nel caso di quelli assunti, per esempio, da Romano Prodi e Massimo D’Alema (privatizzazioni, “missioni di pace” in Afghanistan ed Iraq, bombardamenti in Serbia nel 1999 etc.).

In effetti Giorgia Meloni, vinte le elezioni non solo per forza propria e della sua coalizione, ma anche per debolezza degli avversari, vittoria accompagnata da roboanti promesse elettorali quali la graduale eliminazione delle accise sui carburanti, la conservazione di bonus e superbonus edilizi (a distanza di neppure due anni invece criminalizzati e considerati causa principale delle difficoltà contabili dello Stato e dell’incrementato debito pubblico), l’aumento delle pensioni, l’abolizione dell’odiata Legge Fornero sulle pensioni, il taglio del cuneo fiscale per mettere più soldi nelle tasche dei lavoratori dipendenti italiani, il taglio delle tasse in genere, a vantaggio soprattutto delle partite IVA con la famigerata flat tax, le misure in favore delle imprese, soprattutto in termini di contenimento della longa manus del fisco, ed in particolar modo di quelle in qualche modo indiziate di evasione fiscale, la tassazione degli extraprofitti di banche ed imprese farmaceutiche, poi alla fine, oggi, si vede ben poco, tanto che la maggior parte degli interventi promessi sono rimasti semplici “promesse da marinaio”.

E forse non è un caso se The Economist, il noto settimanale di informazione britannico, proprio in occasione del giro di boa dei due anni a Palazzo Chigi dell’attuale premier, l’ha celebrata come “maestra della realpolitik. Il titolo dell’editoriale celebrativo della Giorgia nazionale è addirittura questo: “Macchiavelli sarebbe orgoglioso di Giorgia Meloni”.
Alla premier, descritta dal settimanale britannico anche come una “funambola”, viene riconosciuta la capacità di leadership rispetto alle politiche francesi e tedesche: “Per il momento – scrive il settimanale spesso critico con l’Italia – la realtà è che la Meloni gode di un indice di gradimento superiore al 40%, il doppio di quello del presidente Emmanuel Macron della Francia e del cancelliere Olaf Scholz della Germania. Non male per un primo ministro che si avvicina al punto di medio”.

Proprio così, “maestra di realpolitik”, tanto da aver contraddetto in breve tempo la maggior parte dei buoni propositi manifestati prima dagli scranni dell’opposizione e poi in campagna elettorale, così da essere gradita agli industriali italiani, perchè non si deve disturbare chi si dà da fare, le imprese appunto, ma soprattutto all’establishment internazionale, quello dell’Alleanza Atlantica, del sostegno politico e militare non solo all’Ucraina (non proprio genuinamente sentito da Giorgia) ma anche ad Israele, di cui l’Italia è il terzo fornitore mondiale di armi tramite soprattutto Leonardo, azienda partecipata dallo Stato tramite Cdp e dunque contribuente di utili e di buone relazioni internazionali (eppure in tempi non sospetti la destra di ispirazione neofascista odiava gli ebrei ndr), alla faccia di diritto internazionale e crimini di guerra. Questi fatti sì che sono espressione di realpolitik e di funambolismo, come osservato da The Economist, che attribuiscono un “giusto posto” all’Italia, ma soprattutto alla Meloni, nel consesso internazionale di quelli che “contano”. Tanto che, non si sa mai dovesse concludersi un domani l’esperienza di governo, la Meloni, con il vento in poppa delle buone relazioni personali internazionali e con una serie di favori fatti ai vari potenti della Terra (vedi Usa e Nato in particolare), tali favori potrebbero essere ricambiati con un bell’incarico in ambito internazionale.

Rimane comunque l’amarezza di una legge finanziaria 2025 che nonostante promesse e buoni propositi sarà lastricata di sacrifici per tanti italiani, con il rinvio delle nuove assunzioni, urgentissime, nella sanità pubblica e nella scuola, con incrementi in busta paga ridicoli, con tagli ad enti locali ed università pubbliche che si tradurranno in nuove tasse per i cittadini. Anche il popolo delle partite Iva avrà però da lamentarsi, visto che per carenza di fondi la flat tax non sarà estesa ed applicata. E tutto questo perchè il governo (non) aveva fatto i conti con l’Europa e con i nuovi vincoli di bilancio. Quell’Europa vista come matrigna dai sovranisti di casa nostra che, forse proprio per realpolitik, hanno ben pensato di non contrastare l’approvazione del nuovo Fiscal Compact che continua colpire, con l’austerità, come sempre paesi fragili come il nostro. Anche lì, forse, per non disturbare il conducente e tutto sulla pelle degli italiani.

E così le promesse rimangono solo promesse, mentre si va spediti verso il premierato forte, lo scontro con la magistratura – come nel recente caso dei migranti prima trasferiti nel centro in Albania e ritornati in Italia su ordine del Tribunale di Roma – tutte situazioni che non incidono direttamente sulle condizioni economiche degli italiani, anche se l’assetto istituzionale e la separazione dei poteri sono questioni che riguardano non poco la salute pubblica e quella dei cittadini tutti di questo paese.

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