“Come sono complicate le primavere… E noi che ce le aspettiamo così, senza che in mezzo ci sia la vita, feroce, e impoderabile…”
Ho scritto queste parole per Lindita, una dei due protagonisti di “Ballata per la Katër I Rades” che raccontano il naufragio del 28 marzo 1997 nel Canale d’Otranto, dice la scrittrice e giornalista Giorgia Salicandro (dalla sua pagina Facebook). Però – questo l’ho capito molto più tardi – in questa esatta parte del testo non sono i presagi di Lindita a parlare, sono io stessa ad emergere dalla sua voce e a rubarle la parola.
Ho sempre sentito che quando l’anno solare torna a battere il tempo del risveglio, quando la vita torna a farsi più densa e più vita, un pericoloso alito di distruzione esala dalle cose. È sempre stato così per me. Col tempo ho maturato un pensiero: che non si tratta della primavera, ma della vita in sé. La vita scricchiola, si crepa, si scompone di più crescendo. La vita non è solo vita, ma questo ribollire di farsi e disfarsi, un’energia che tanto più viene a crearsi, tanto più inevitabilmente anche viene a smuoversi, a svellersi dalle radici della terra, scomporsi, cambiare forma, distruggersi.
Ho imparato a temere e a diffidare della gioia semplice delle primavere. Ho imparato tuttavia anche a ringraziare ogni benedetto anno l’ordine delle cose, per avermi riportata alla luce di una nuova primavera, come che sia.
“Mio padre – ho pensato l’anno scorso al principio della stagione rinnovata – non potrà vedere questa primavera”. E con lui, la moltitudine di esseri umani e altre creature che ci hanno preceduti e anticipati.Come sono complicate le primavere, per noi che non siamo fatti per comprendere le cose imponderabili dell’essere. La morte è nella vita, le malattie ci lambiscono, disastri e terremoti agitano la terra – mentre scrivo, Redi è a Bangkok e tutti noi siamo grati che sia in salvo e preghiamo per le migliaia di morti e dispersi tra Myanmar e Thailandia – gorghi si aprono in mezzo al nostro cammino, e questo è nell’ordine delle cose di questo mondo.
Le guerre, quelle no: non le ha ordinate il destino. Le guerre sono una scelta deliberata non un destino. I bambini, le donne e gli uomini che annegarono dentro la pancia della Kater I Rades scappavano da uno stato d’anarchia violenta, a tutti gli effetti una guerra civile (quanti di noi conoscono la storia dei nostri vicini di casa albanesi?). E furono speronati da una nave della marina militare italiana durante una manovra di respingimento contraria a ogni precauzione (quanti se lo ricordano?).Così, anche chi vive a Gaza senza sapere se vivrà o morirà alla fine della giornata (e se vivrà, come vivrà?) non è nell’ordine delle cose ma nella volontà deliberata di esseri umani che hanno nomi e cognomi, e dei Governi e dei Paesi che rappresentano.E così via, per innumerevoli bambini donne e uomini, che se provassi a contarli resterei annichilita e sommersa.
Ma oggi, 28 marzo (ieri ndr), a Brindisi dopo 28 anni ancora un gruppo di uomini e donne getta in mare dei fiori, per ricordare la tragedia della Katër I Radës. E anche questa è una scelta deliberata.Così, in questo amalgama di pensieri che mi attraversa oggi, resto imbrigliata nell’immagine di queste persone che gettano fiori in mare anche per me. Mi tengo stretta a loro, ritrovo la forza di una buona parola, ricomincio in qualche modo a sentirmi in salvo.
