Il 2 aprile 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha dato il via a quella che molti definiscono la più vasta guerra tariffaria unilaterale del dopoguerra. L’incremento del 10% sulle tariffe globali è stato accompagnato da “dazi reciproci” mirati: 34% sulla Cina, 20% sull’Unione Europea e 45% sul Vietnam.
Nei giorni successivi, l’escalation è proseguita: il 7 aprile, gli USA hanno minacciato un ulteriore aumento del 50% sui prodotti cinesi, portando il totale potenziale a un sorprendente 104%. La risposta della Cina non si è fatta attendere: Pechino ha imposto tariffe del 34% su tutte le importazioni statunitensi, accompagnate da misure restrittive come l’inserimento di 16 entità USA nella lista di controllo delle esportazioni. In risposta all’innalzamento dei dazi americani al 104%, la Cina ha poi elevato le proprie tariffe sui beni Made in USA dall’34% all’84%, con effetto dalle ore 12:01 del 10 aprile 2025. Tuttavia, in una mossa a sorpresa che appare un dietrofront, nello stesso giorno dell’entrata in vigore Trump ha annunciato la sospensione per tre mesi dei dazi reciproci verso i Paesi disponibili a negoziare, mantenendo però per tutti la tariffa base del 10%. Per la Cina, invece, è stata rincarata la dose, con dazi portati al 125%, intensificando ulteriormente lo scontro con Pechino.
Questa guerra tariffaria si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra le due maggiori economie mondiali, un tema che la Cina affronta dettagliatamente nel white paper pubblicato nell’aprile 2025 dal Consiglio di Stato, intitolato China’s Position on Some Issues Concerning China-US Economic and Trade Relations. Il documento offre una chiara esposizione della posizione cinese, criticando aspramente l’unilateralismo e il protezionismo degli Stati Uniti e difendendo il principio del libero commercio e il sistema multilaterale basato sull’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).Secondo il governo cinese, le tariffe imposte da Trump rappresentano un esempio lampante di unilateralismo e protezionismo, in contrasto con le regole dell’OMC. Il white paper sottolinea che l’imposizione di dazi ai sensi della Sezione 301 del Trade Act statunitense viola il principio del trattamento della nazione più favorita (MFN) e i tassi tariffari vincolati, principi fondamentali del sistema commerciale multilaterale. La Cina cita una sentenza del 2020 del meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC, che aveva già dichiarato illegittimi i dazi sulla base della Sezione 301 imposti nel 2018, un precedente che Pechino considera applicabile anche alle misure attuali.Il documento accusa gli Stati Uniti di minare le fondamenta delle relazioni economiche e commerciali sino-statunitensi, che negli ultimi 46 anni sono cresciute da un volume di scambi di 2,5 miliardi di dollari nel 1979 a quasi 688,3 miliardi nel 2024. La Cina sottolinea che tale cooperazione è stata “reciprocamente vantaggiosa”, creando opportunità di lavoro (931.000 posti negli USA nel 2022, secondo il US-China Business Council) e benefici per i consumatori americani attraverso prodotti a basso costo. Le nuove tariffe, secondo Pechino, non solo danneggiano questa relazione, ma destabilizzano anche le catene di approvvigionamento globali, con ripercussioni negative sull’economia mondiale.
Il white paper evidenzia come, dall’adesione all’OMC nel 2001, il paese abbia ridotto il livello tariffario medio dal 15,3% al 7,3% nel 2023, rispettando pienamente gli impegni presi. Inoltre, Pechino ha adottato misure per ampliare l’accesso al mercato, come l’eliminazione delle restrizioni agli investimenti stranieri nel settore manifatturiero e l’apertura volontaria del settore finanziario, di cui hanno beneficiato aziende statunitensi. Queste azioni, sostiene la Cina, contrastano con le politiche protezionistiche degli USA, che includono non solo i dazi, ma anche controlli sulle esportazioni e restrizioni agli investimenti.
Riguardo alle tariffe reciproche del 34% annunciate il 4 aprile 2025, la Cina precisa che sono una “necessaria contromisura” in linea con il diritto internazionale e le leggi nazionali, in risposta all’escalation statunitense. Il Ministero del Commercio cinese ha sottolineato che non tollererà ulteriori provocazioni, dimostrando, come poi avvenuto, la determinazione di Pechino a contrastare ogni minaccia agli interessi nazionali e al sistema commerciale globale.
Il white paper mette in guardia sugli effetti negativi delle tariffe statunitensi, non solo per la Cina ma anche per gli stessi Stati Uniti. Citando studi come quello del Budget Lab della Yale University, la Cina prevede un aumento dell’indice dei prezzi PCE (Spesa per consumi personali) negli Stati Uniti del 2,1%, con costi aggiuntivi per le famiglie americane che potrebbero variare tra i 1.300 e i 5.400 dollari annui. Inoltre, si sottolinea che i dazi non risolveranno il deficit commerciale statunitense, che nel 2024 ha raggiunto 1,2 trilioni di dollari, né rafforzeranno l’industria americana, rischiando invece di indebolirla a causa di catene di approvvigionamento interrotte.
In alternativa all’escalation tariffaria, la Cina propone un dialogo paritario e una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Il documento sottolinea che le differenze economiche e commerciali tra i due paesi, date le loro diverse fasi di sviluppo e sistemi economici, sono inevitabili, ma possono essere risolte attraverso negoziati che rispettino gli interessi fondamentali di entrambe le parti. Pechino invita gli Stati Uniti a collaborare per aggiornare le regole del commercio globale, affrontando questioni come l’intelligenza artificiale e la biotecnologia, anziché perseguire politiche di “decoupling”.La posizione della Cina sui dazi di Trump, come espressa nel white paper e nelle recenti azioni di rappresaglia, riflette un duplice obiettivo: difendere i propri interessi nazionali e preservare l’ordine commerciale multilaterale. Mentre gli Stati Uniti perseguono una strategia protezionistica sotto la bandiera dell’“America First”, la Cina si impegna a promuovere un mercato globale aperto e condiviso. Tuttavia, con l’escalation tariffaria che continua a intensificarsi, il rischio di una guerra commerciale su vasta scala rimane elevato, con conseguenze potenzialmente devastanti per il mondo intero.
Salvio Calamera per Cinitalia

