È stato firmato nelle scorse settimane a Washington un accordo di pace firmato dai governi della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda.
L’accordo è stato presentato come un punto di svolta nei rapporti tra i due paesi, che sono conflittuali da decenni. Le sue conseguenze concrete sono però tutte da vedere, ed è difficile che l’accordo possa mettere fine ai combattimenti che da anni sono in corso nella zona di confine tra i due paesi.
L’accordo è stato firmato a Washington, negli Stati Uniti, dal ministro degli Esteri del Ruanda e da quella della Repubblica Democratica del Congo. I negoziati sono stati mediati dal Qatar e dagli Stati Uniti, e alla firma era presente anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Il testo completo non è stato diffuso, ma prima della firma Congo, Ruanda e Stati Uniti hanno fatto un comunicato congiunto che indica in modo molto vago i contenuti. In linea teorica l’accordo prevede l’impegno da parte della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda a rispettare la reciproca integrità territoriale, la fine delle ostilità e il disarmo dei gruppi paramilitari coinvolti nei combattimenti.
Ufficialmente Repubblica Democratica del Congo e Ruanda non erano in guerra: il Ruanda è accusato di aver inviato i propri militari in Congo a sostegno dell’M23, un gruppo paramilitare che combatte contro l’esercito regolare congolese e che da gennaio controlla varie zone nell’est del paese. Il presidente ruandese Paul Kagame però ha sempre negato sia di aver inviato l’esercito in Congo, sia di appoggiare l’M23 in altri modi (per esempio finanziariamente o con addestramenti).
Ma è proprio M23, il convitato di pietra dell’accordo americano, il principale protagonista del conflitto, sorto per il controllo di fondamentali risorse minerarie di cui è ricco il Paese. L’occupazione della città di Goma e dell’intera provincia del Nord-Kivu – non è casuale: qui si concentra l’80% del coltan mondiale, minerale essenziale per l’industria tecnologica.
Fonte: Il Post
