Alfredo Facchini
Il figlio di Liliana Segre, Alberto Belli Paci, ha postato recentemente una corposa riflessione che riflette in modo plastico il modo di pensare del sionismo contemporaneo.
Allora facciamo un po’ di storia.La sua premessa: «Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte – perché Israele è certamente il più forte – ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio».
Condoniamogli per un attimo la sua palese arroganza, e veniamo ai fatti.Dice Segre: «Quando sento invocare “Due popoli, due Stati”, mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la Risoluzione ONU 181 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE Stati. Ma furono i Paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato palestinese».
Provo a rispondere. Massima sintesi. Quando si cita la Risoluzione 181 dell’ONU, i sionisti ricordano solo un dato: “gli ebrei accettarono, gli arabi rifiutarono”. Quante volte lo avete sentito ripetere dai Mieli, dai Molinari e dai loro sodali? Gli Stati arabi e la leadership palestinese respinsero la partizione perché la consideravano ingiusta e illegittima. E, in quel contesto storico, fecero bene. Si trattava di un furto.La Palestina mandataria aveva una maggioranza araba e meno di un terzo di ebrei. Per capirci: in tutto 1.845.000 persone, suddivise in Arabi: circa 1.237.000 persone (circa il 67%); Ebrei: circa 608.000 persone (circa il 33%).Ma soprattutto, gli ebrei possedevano legalmente meno del 7% delle terre. Uno sputo. Nonostante questo, la Risoluzione assegnava oltre il 55% del territorio al nuovo Stato ebraico. Insomma: un furto con scasso. La 181 fu una risoluzione oscena che ignorò demografia e proprietà fondiaria del tempo.Inoltre, nel futuro Stato ebraico sarebbero rimasti circa 400.000 arabi palestinesi, e il timore era che venissero discriminati o espulsi. Come infatti accadde con la Nakba.
Per i leader arabi la partizione era soprattutto l’ennesima imposizione coloniale dell’Occidente. La pressione popolare nei Paesi arabi rendeva politicamente impossibile ogni compromesso. Mi sono spiegato?Ma a mio avviso il punto nodale, che viene regolarmente taciuto dal sionismo, è che Israele non fu “creato dall’ONU”, ma si autoproclamò Stato.Mieli, autoproclamatosi storico, questo non lo dice mai.
La Risoluzione 181 dell’Assemblea generale fu una raccomandazione (“Partition Plan”), non un atto vincolante per gli Stati. Ripeto: raccomandazione, raccomandazione, raccomandazione.Gli atti potenzialmente vincolanti per gli Stati provengono dal Consiglio di Sicurezza (art. 25, Capitolo VII). Ma il Consiglio non impose né fece eseguire il piano di partizione. Per questo motivo il Piano 181 rimase lettera morta sul piano giuridico: la sua attuazione dipese solo dalle forze in campo.
Il 14 maggio 1948, a Tel Aviv, David Ben Gurion e i membri del Consiglio nazionale ebraico proclamarono la nascita dello Stato d’Israele. Se la cantarono e se la suonarono. E si applaudirono da soli. La proclamazione avvenne poche ore prima che scadesse il Mandato britannico (15 maggio 1948, mezzanotte).
Conseguenze: immediatamente dopo, Stati Uniti e Unione Sovietica riconobbero Israele. Washington con un riconoscimento iniziale solo di fatto, Mosca con un riconoscimento pieno e ufficiale.Il riconoscimento immediato fu un errore madornale. Invece di imporre un negoziato equo, le due superpotenze consacrarono il fatto compiuto. Un errore soprattutto da parte sovietica.Stalin fece due calcoli sbagliati. Calcolo geopolitico: colpire l’Inghilterra, allora potenza mandataria, e strapparle influenza in Medio Oriente. Illusione ideologica: credere che Israele, con i kibbutzim e le forze socialiste sioniste, potesse diventare un avamposto filo-sovietico.Israele invece si orientò presto verso Washington e Parigi. Così l’URSS si trovò ad aver perso sia la Palestina che la fiducia del mondo arabo.
Settant’anni dopo, i frutti avvelenati stanno tutti lì, davanti agli occhi del mondo. Gaza ridotta a un inferno di macerie e corpi straziati. È la prova vivente di cosa significhi legittimare un sopruso alla sua nascita.
Israele continua a spacciarsi per vittima, ma agisce da carnefice, protetto dalle stesse cancellerie che nel ’48 gli regalarono il sigillo della storia. La Nakba non è un ricordo, è un presente che si chiama Gaza.

