Sono passati 23 anni dall’omicidio di Angela Petrachi, strangolata e seviziata nei boschi di Melendugno.Il delitto risale a sabato 26 ottobre del 2002, quando Angela è uscita dalla casa dei suoi genitori per l’ultima volta diretta a un appuntamento con le amiche. È stata trovata cadavere l’8 novembre successivo nei boschi di Melendugno.
L’autopsia certificò che era stata spogliata nella parte inferiore del corpo, strangolata, verosimilmente con le sue mutandine, ma che non aveva subìto violenza sessuale. Sotto le sue unghie non vennero trovate tracce di difesa. La vittima, però, aveva dei rami conficcati nei genitali, un gesto con il quale l’assassino o gli assassini avevano voluto oltraggiare il cadavere.
Nei mesi successivi venne incriminato Giovanni Camassa, agricoltore al lavoro nei campi vicini al luogo del delitto e che, secondo la ricostruzione delle indagini, aveva avuto alcuni contatti telefonici con la vittima.
“Mi aveva chiesto di aiutarla a procurarsi un cane”, ha spiegato poi Camassa agli inquirenti. Come testimoniato al processo dalle amiche della vittima, la ragazza, infatti, cercava un cane da guardia perché si sentiva in pericolo. Quel cane, tuttavia, Angela lo aveva poi trovato con l’aiuto di un’altra persona.
Angela Petrachi viveva in casa con i due figli avuti dal marito G. S., sottufficiale di Marina, dal quale era separata. Dopo la fine del matrimonio la 31enne aveva intrapreso diverse relazioni. Aveva 31 anni e due bambini quando è stata seviziata e uccisa a Melendugno, in provincia di Lecce, nel 2002. Chi le ha fatto del male si è accanito contro di lei con una violenza inaudita: Angela fu strangolata con i suoi stessi slip e poi fu violata con un ramo. Le indagini si concentrarono subito su un suo vicino di casa, un agricoltore dal viso burbero, Giovanni Camassa, oggi 57 anni. Ebbene, secondo le indagini di allora fu Camassa a ucciderla a seguito di un raptus improvviso. I due, per l’accusa, si erano incontrati perchè Angela voleva acquistare un cane.
Camassa è stato assolto per non aver commesso il fatto in primo grado ma poi è stato condannato all’ergastolo in secondo grado, sentenza confermata dalla Cassazione. Ora è in carcere dove dovrebbe restare per tutta la vita. I suoi figli, ancora minori, non sanno che è in prigione, credono che il loro papà sia lontano per lavoro.
La sua famiglia, il nipote in primis, Francesco Di Cianni, che ha costituito il Comitato “Giustizia Per Giovanni Camassa”, non ha mai smesso di lottare per dimostrare che lo zio non è il mostro che hanno dipinto. E dopo anni, grazie ad una consulenza di parte, è stato possibile appurare che sugli indumenti della vittima non c’è il Dna di Camassa ma quello dell’ex marito, lo stesso che Angela già aveva denunciato per maltrattamenti. Grazie a questa traccia scientifica il caso è stato riaperto.
La Corte d’Appello di Catanzaro ha accolto la richiesta di revisione del processo e le udienze si stanno svolgendo proprio in questi mesi.
“Noi ci battiamo dichiara Francesco Di Cianni – per far dichiarare l’incostituzionalità del processo indiziario. Anche perché contro l’espressione della norma quello che doveva essere un processo eccezionale è diventato la regola mettendosi dentro con gli indizi il soggetto più debole e incastrandolo come capro espiatorio di turno. Secondo statistiche il 90 % dei processi oggi su base indiziaria verrebbe spazzato via rimanendo solo 10 % di processi da portare avanti fino all’eventuale condanna”.
Camassa è stato condannato in forza di un processo indiziario.

