Alfredo Facchini
Milano. A tre decenni dall’assedio più feroce combattuto sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale, la procura di Milano, sotto la guida del pm Alessandro Gobbis, ha aperto un fascicolo che riporta l’attenzione su una delle vicende più torbide e rimosse della guerra in Bosnia. Sotto la lente della magistratura è finito un manipolo di cittadini italiani. L’accusa è tra le più gravi previste dal codice penale: omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abbietti. A carico di ignoti, per ora. Ma i primi nomi potrebbero non tardare.
L’indagine prende di mira i cosiddetti “turisti della guerra”: italiani che, negli anni ’90, scelsero di attraversare i confini non per fuggire dai conflitti, ma per parteciparvi. Non militari regolari né mercenari professionisti, ma civili in cerca di adrenalina, ideologia o violenza, che si unirono alle milizie coinvolte nel conflitto bosniaco, contribuendo – secondo l’impianto accusatorio – al massacro di oltre 11.000 civili durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996.
Il tema era già esploso nel 2022 con la presentazione del docufilm Sarajevo Safari, diretto dal regista sloveno Miran Zupanič e prodotto da Al Jazeera Balkans e Arsmedia. Il film denunciava la presenza di stranieri, facoltosi e spesso occidentali, che pagavano per “partecipare” alla guerra: posizionati sulle colline intorno alla città assediata, sparavano sui civili come fossero selvaggina.
A farsi portavoce di quella denuncia fu anche l’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, che presentò un esposto contro ignoti con l’obiettivo di identificare gli organizzatori e gli esecutori di questi veri e propri safari umani. Un atto che oggi, anni dopo, è stato acquisito nel fascicolo della procura milanese, contribuendo ad avviare un’indagine che potrebbe portare alla luce connivenze inquietanti e responsabilità rimaste impunite troppo a lungo.Un dettaglio emerso di recente rischia di estendere ulteriormente l’ombra sull’Italia. Secondo quanto riferito da East Journal nel luglio 2025, la città di Magenta – nell’Ovest Milanese – sarebbe stata uno snodo cruciale di questi viaggi della morte. Tra il 1992 e il 1994, un pullman sarebbe partito ogni mese in direzione Sarajevo, con raduno intermedio a Trieste. A bordo, secondo le fonti giornalistiche, non solo dei sociopatici, ma anche soggettu legati a circuiti neofascisti, attratti dalla prospettiva di unirsi ai cecchini che martoriavano la popolazione civile.
Ora che la magistratura ha cominciato a scavare, le implicazioni si fanno pesanti. E non si tratta più soltanto di singoli deviati. Se quelle tratte e quelle connivenze verranno confermate, sarà inevitabile interrogarsi sul silenzio durato decenni e su quanto si è preferito non vedere.
Sarajevo aspetta giustizia!

