COME FA FACEBOOK A SPEGNERE GAZA? COLONIALISMO DIGITALE

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COME FA FACEBOOK A SPEGNERE GAZA? COLONIALISMO DIGITALE

Lavinia Marchetti

L’articolo è scaricabile qui in pdf per comodità di lettura: https://www.academia.edu/144985369/COME_FA_FACEBOOK_A_SPEGNERE_GAZA – Chi controlla il feed controlla la soglia del tollerabile e detiene il potere di conservare o distruggere la “memoria storica” di una tragedia.Il genocidio è entrato nelle nostre case e nelle nostre menti attraverso uno schermo.

Per mesi le nostre bacheche hanno mostrato bambini estratti dalle macerie, ospedali devastati, persone che trasmettevano in diretta disperati, poi all’improvviso il flusso si assottiglia, da un giorno a un altro tutto sembra finito, come ci hanno raccontato i governanti.

Com’è successo? Gaza scivola sul fondo del feed come se la storia avesse cambiato canale da sola.La frase che molti ripetono è rassicurante: “La gente si è stancata delle immagini di guerra”. Eh fosse così semplice…La versione reale è molto meno romantica e riguarda una scelta tecnica e politica di piattaforme che hanno in mano la chiave d’ingresso al nostro immaginario quotidiano. Facebook, Instagram, l’intero ecosistema Meta decidono quali corpi entrano nel salotto digitale e quali restano fuori. Come? Vediamo.

* Nel 2012, il team dati di Facebook ha condotto un esperimento gigantesco su 689.003 utenti, alterando in modo invisibile la quantità di post emotivi che comparivano nel News Feed. Una parte delle persone riceveva meno contenuti positivi, un’altra parte meno contenuti negativi. Quelle parole venivano semplicemente trattenute dal filtro, senza alcun avviso, senza nessuna spiegazione, pur restando teoricamente accessibili sui profili degli amici. Il risultato, misurato su oltre tre milioni di aggiornamenti di stato, è chiaro. Chi vedeva meno espressioni gioiose cominciava a scrivere in modo leggermente più cupo, con un aumento della percentuale di parole negative. Chi riceveva meno contenuti tristi tendeva a utilizzare più termini positivi. Anche il volume complessivo di parole cambiava: un feed impoverito di emozioni portava a una partecipazione più bassa. L’esperimento dimostra, su scala industriale, che il clima emotivo del feed attraversa la pelle e modifica la disposizione affettiva degli utenti. Lo fa in silenzio, senza interazioni dirette, solo modulando ciò che passa dal filtro algoritmico. (Cfr. Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory, Jeffrey T. Hancock, «Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks», in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, vol. 111, n. 24, 2014, pp. 8788–8790)-

Se una variazione minima del dieci per cento di post positivi o negativi orienta umore e linguaggio di centinaia di migliaia di persone, la domanda per chi segue Gaza o altre notizie di politica interna o estere (o una pandemia globale) diventa immediata: cosa succede quando una piattaforma riduce per mesi la visibilità di contenuti che documentano bombardamenti, fame indotta, assedi, esecuzioni sommarie, devastazione di scuole e ospedali, esecuzioni sommarie e torture?

* SHADOW BANNING Nel dicembre 2023 Human Rights Watch pubblica un rapporto di cinquantuno pagine dal titolo «Meta’s Broken Promises: Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook».

L’organizzazione documenta oltre 1.050 casi di rimozione o soppressione di contenuti legati alla Palestina, quasi sempre pacifici, dal punto di vista di chi denuncia violazioni e chiede giustizia. I casi vengono da più di sessanta paesi e riguardano post, storie, account disattivati, restrizioni invisibili che abbassano in modo drastico la portata di un contenuto, il cosiddetto shadow banning. Il rapporto documenta: moderazione automatica sproporzionata, liste di parole chiave che colpiscono i palestinesi molto più spesso di chi invoca violenza contro di loro, pressioni governative che spingono Meta a rimuovere contenuti sgraditi a stati alleati. (Cfr. Deborah Brown, Rasha Younes, «Meta’s Broken Promises: Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook», Human Rights Watch, 2023)

* BBC Arabic, in un’inchiesta del dicembre 2024, calcola un crollo del settantasette per cento dell’engagement per venti pagine di media palestinesi su Facebook dopo il 7 ottobre 2023, mentre i media israeliani registrano nello stesso periodo un aumento del trentasette per cento.

Meta parla di irrigidimento temporaneo delle politiche contro i contenuti d’odio per giustificare l’algoritmo, ma la sproporzione resta. E le organizzazioni che monitorano la libertà digitale continuano a ricevere segnalazioni di storie su Gaza che smettono di circolare, account giornalistici sospesi, pagine informative oscurate e poi ripristinate dopo proteste pubbliche, come nel caso di Eye on Palestine.- Se il feed decide quanta gioia e quanta tristezza raggiungono ciascun utente, il feed decide anche quanta violenza strutturale resta visibile. Quando l’algoritmo abbassa in modo selettivo i post sul genocidio di Gaza, non si limita a “fare pulizia” di contenuti scomodi secondo una vaga etica aziendale.

Interviene sulla percezione collettiva della realtà, diluisce la possibilità di empatia, spezza la continuità del lutto a distanza.- In chi quei contenuti li produce, l’effetto è ancora più corrosivo. Giornalisti, attivisti, testimoni iniziano a vedere crollare le visualizzazioni, a ricevere meno condivisioni, meno commenti. La percezione soggettiva è quella di una stanchezza del pubblico, di una deriva verso l’indifferenza. In molti casi, invece, la riduzione della portata deriva da filtri automatici e decisioni aziendali. Il messaggio implicito risulta devastante: la sofferenza palestinese vale meno di una sponsorizzata, di un video leggero, di un trend ironico. (QUINDI NON MOLLIAMO). (Cfr. Marwa Fatafta, «It’s not a glitch: how Meta systematically censors Palestinian voices», Access Now, 2024)

Gli studi sul “contagio emotivo” mostrano che un feed con poche emozioni porta utenti a esprimersi meno. Traslato sulla guerra, significa comunità digitali più silenziose, meno disposte a esporsi, più rassegnate alla logica secondo cui “tanto non cambia nulla”. L’algoritmo, in questo modo, accompagna l’inerzia politica. Chi governa la piattaforma sospende la funzione di piazza globale e assume quella di “letargizzare” il lettore: riduce la dose di scandalo morale ingeribile dal pubblico fino a un livello compatibile con gli interessi geopolitici e commerciali del momento. Basta pagare, o minacciare leggi restrittive per la piattaforma.

Gli organismi per i diritti digitali, come Access Now e 7amleh, parlano esplicitamente di censura ripetuta della voce palestinese. Gli esperti documentano etichette errate apposte a contenuti informativi, sospensioni arbitrarie e soprattutto algoritmi che lasciano circolare chiamate esplicite alla distruzione di Gaza mentre colpiscono chi mostra i corpi di chi muore sotto quelle bombe.

* NAZIONALISMO DELL’INFORMAZIONE.In parallelo, il sistema politico occidentale tenta di rimuovere dalla scena gli spazi dove Gaza continua a esistere. Il dibattito sul bando di TikTok negli Stati Uniti nel 2024 viene letto da vari analisti come un tentativo di chiudere una finestra dove immagini di fame e bombardamenti sfuggono ai filtri delle piattaforme statunitensi, raggiungono la generazione più giovane e incrinano il consenso sulla guerra. La categoria proposta da alcuni studiosi è “nazionalismo dell’informazione”: gli stati tollerano la denuncia dei crimini altrui e reprimono quella rivolta a sé stessi o ai propri alleati.Se una variazione infinitesimale nel feed genera migliaia di espressioni emotive in più o in meno, immaginiamo l’effetto cumulativo di anni di moderazione di parte sui contenuti relativi alla Palestina. Il genocidio procede sul terreno, sul campo, con il suo orrore e la sua devastazione, mentre nei nostri schermi diventa una serie di picchi e cadute di attenzione, con lunghi periodi di assenza quasi totale. Chi prova a raccontarlo con continuità viene sospinto verso il margine, chi guarda riceve un messaggio subliminale: “questa storia pesa troppo, restiamo su qualcosa di più digeribile”.

La conseguenza più grave riguarda il diritto alla testimonianza. Ogni genocidio vive anche di buio informativo. Le persone che filmano, scrivono, cercano di riempire quella oscurità con frammenti di prova, nella speranza che qualcuno tenga traccia. Nel momento in cui una piattaforma globale abbassa sistematicamente il volume di quelle voci, interviene sulla possibilità stessa di costruire memoria storica condivisa. Non è un fatto secondario, diamo a grigie piattaforme il potere della memoria storica. Non si tratta solo di “portata” o “engagement”, si tratta della linea sottile che distingue ciò che il mondo vede da ciò che resta confinato a pochi cerchi militanti.C’è poi un effetto interno, meno evidente: molti utenti cominciano a dubitare della propria percezione. Chi racconta Gaza ogni giorno e vede sparire like e visualizzazioni inizia a domandarsi se la gente abbia davvero smesso di interessarsi, se il problema sia il tono troppo duro, se serva un linguaggio più accomodante. Spesso ci si lamenta, oppure si inizia pian piano a parlare di altro perché non si ricevono riscontri e riconoscimenti. E qui tutti noi dobbiamo tenere a bada il narcisismo. Dirci: non importa! Un like o migliaia non cambiano la Storia. Ma raccontarla sì, la cambia. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare: sei tu che sbagli approccio, sei tu che “stanchi” il pubblico.

Ci vuole lavoro su se stessi per resistere alla pressione sociale. In questa torsione psicologica, la macchina di moderazione si rende invisibile e scarica la colpa su chi resiste.

* A fine 2024, un articolo di Mediatrends ricostruisce in italiano le inchieste su Facebook e Instagram condotte da BBC News Arabic e da 7amleh durante la guerra su Gaza. BBC, analizzando i dati sull’engagement di venti grandi testate palestinesi nei dodici mesi prima e dopo il 7 ottobre 2023, trova un crollo del settantasette per cento nelle interazioni dopo l’inizio dei bombardamenti. Palestine TV, con 5,8 milioni di follower, perde il sessanta per cento delle visualizzazioni; al contrario, venti testate israeliane mostrano un aumento di circa il trentasette per cento nello stesso periodo(Redazione, «Le restrizioni di Facebook e Instagram sui giornali palestinesi», in Mediatrends, 24 dicembre 2024).

Secondo i documenti interni ottenuti da BBC, Instagram avrebbe modificato il codice per rendere più aggressiva la moderazione verso “gli utenti palestinesi”, con un abbassamento delle soglie di tolleranza che rende molto più facile il blocco o l’occultamento dei loro contenuti.

* Il grande account Instagram Eye on Palestine, una delle fonti principali di video e aggiornamenti dalla Striscia, viene sospeso nell’ottobre 2023 con la motivazione di “un possibile tentativo di compromettere il profilo”. Dopo la mobilitazione di utenti e media, la pagina viene ripristinata qualche giorno dopo(The New Arab Staff, «Popular Eye on Palestine news page back on Instagram», in The New Arab, 29 ottobre 2023). Nello stesso periodo, Meta rimuove anche Quds News Network, una delle maggiori pagine di informazione palestinese, con dieci milioni di follower, provocando proteste e denunce di violazione della libertà di espressione (cfr. «Media coverage of the Gaza war», in Wikipedia, Wikimedia Foundation).

* Se mettiamo in fila tutto: l’esperimento sull’emotional contagion, i rapporti di HRW, Access Now, 7amleh, le inchieste che documentano il crollo dell’engagement di media palestinesi, i casi di pagine rimosse e poi ripristinate, emerge la figura di un attore privato che gestisce un pezzo essenziale dello spazio pubblico globale. Un attore che risponde a governi, campagne di pressione, lobby, e che calibra l’algoritmo in funzione di interessi geopolitici, oltre che commerciali.Nel caso di Gaza, la riduzione di visibilità dei contenuti palestinesi non è semplicemente una “distorsione”. È un tassello nella catena che va dai bombardamenti reali alla loro rappresentazione. Meno immagini di bambini in ospedale significa meno scandalo, meno mobilitazione crea minore pressione sui governi che continuano a fornire armi e copertura diplomatica. Semplice no? I report che misurano il crollo delle interazioni sulle pagine palestinesi e la contemporanea crescita di quelle israeliane, in questa prospettiva, diventano dati sulla gestione differenziale dell’attenzione. Dati misurabili scientificamente, con statistiche e dati visibili. Ma vedere statistiche non incide sul contagio emotivo.Per il soggetto palestinese, questo crea una ferita doppia. Da una parte l’esperienza diretta del bombardamento, dell’assedio, della fame, del genocidio, delle condizioni di vita disumane. Dall’altra la percezione che il racconto di tutto questo venga sistematicamente ridotto, filtrato e completamente minimizzato. È un trauma di cancellazione: non solo ti uccidono, ma lavorano attivamente perché il tuo grido arrivi smorzato. Ridotto in qualcosa di digeribile per il Nord globale.

Per lo spettatore europeo, italiano, che guarda il feed e vede affievolirsi Gaza, l’effetto è diverso ma complementare. La piattaforma addestra a una forma di indifferenza comoda, in cui indignazione e orrore sono consentiti solo a piccole dosi, per non lacerare la superficie del consumo. L’algoritmo reputa “problematico” ciò che disturba la continuità del tempo sociale fatto di acquisti, sorrisi, di teneri gattini e il prossimo acquisto su Temu.

Gaza, in questo quadro diventa un contenuto disfunzionale, da ridurre per la “salute dell’esperienza utente”, ovvero del consumatore cosmopolita.

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