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Vale la pena guardare gli esiti, perchรฉ i finali raccontano piรน delle intenzioni dichiarate. Prendiamo i principali esiti, tralasciando lโ€™Ucraina di cui non abbiamo lโ€™esito, anche se lo possiamo intuire.

In Afghanistan il ritiro americano del 2021 ha consegnato Kabul ai talebani, con un ritorno integrale dellโ€™Emirato e un Paese lasciato a una promessa evaporata. In Iraq lโ€™invasione del 2003 ha dissolto lo Stato e ha alimentato anni di guerra settaria, fino al salto di scala che ha portato alla stagione dello Stato islamico.

In Libia lโ€™intervento del 2011 ha rovesciato Gheddafi e ha lasciato una lunga deriva di milizie e frammentazione, con istituzioni spezzate e una pace sempre rinviata. In Siria, dopo anni di guerra e interventi per procura, oggi una parte del territorio vede autoritร  legate a Hayโ€™at Tahrir al Sham, guidata da Ahmed al Sharaa, giร  quadro di al Qaeda, ripulito a parole e presentato come interlocutore.

Il copione si chiude spesso cosรฌ, ovvero i protettori esterni cambiano prioritร , ottengono ciรฒ per cui hanno destabilizzato il paese e poi si dileguano. Restano rovine. Rese dei conti coi rivoltosi e un paese distrutto che conta centinaia di migliaia di morti.Il punto utile, per chi legge i fatti senza entusiasmo infantile, sta nel ritmo. Sempre uguale. E anche nella metodologia scientifica.Le crisi che infiammano simultaneamente l’Iran e il Venezuela non sono contingenze storiche isolate, nรฉ mere espressioni di un dissenso interno che raggiunge il punto di rottura. Esse rappresentano, piuttosto, le piรน recenti e violente manifestazioni di una strategia geopolitica ricorrente e meticolosamente applicata dagli Stati Uniti (in compagnia del Mossad e del MI6).

Esiste un consolidato playbook statunitense per la destabilizzazione e il rovesciamento di governi non allineati, un copione che si svela con una precisione quasi scientifica a chiunque osservi oltre il velo della propaganda umanitaria.

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In Iran, le proteste, germogliate dal fertile terreno del malcontento economico e dell’inflazione galoppante, sono state rapidamente assorbite e trasfigurate in una rivolta politica che invoca la fine del sistema teocratico. Mentre il regime risponde con la repressione e il blocco della rete, chiudendo il Paese in un cono d’ombra informativo, da Washington giunge la voce inequivocabile di Donald Trump, archetipo della retorica interventista: “Lโ€™Iran sta cercando la libertร  forse mai come prima dโ€™ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare !!!”.

Questo “aiuto” non รจ certo disinteressato, semmai il segnale di un’ingerenza che attende solo il pretesto morale per manifestarsi pienamente e destabilizzare il Medio Oriente a tutto vantaggio di Israele che fa le veci degli USA in quella parte di mondo.

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Parallelamente, in Venezuela, il velo si squarcia rivelando la cruda matrice economica che sottende l’intera operazione. L’obiettivo, dichiarato senza infingimenti dallo stesso Trump, รจ che siano le aziende statunitensi a gestire il petrolio venezuelano, estromettendo gli investimenti e l’influenza di Cina e Russia. La cattura del presidente Maduro non รจ certo l’epilogo di una lotta per la democrazia, semmai l’atto culminante di un’acquisizione ostile su scala nazionale, dove il vero trofeo รจ il controllo delle piรน grandi riserve di greggio del pianeta.

Il modello lo abbiamo visto tante, troppe volte, la Storia ci dร  questo vantaggio: poter osservare gli schemi: Iran 1953, Guatemala 1954, Congo 1960, Brasile 1964, Indonesia 1965, Grecia 1967, Cile 1973, Uruguay 1973, Argentina 1976, Afghanistan 1979, Nicaragua 1981, Grenada 1983, Panama 1989, Haiti 1991, Serbia 2000, Georgia 2003, Ucraina 2004, Haiti 2004, Honduras 2009, Libia 2011, Siria 2011, Ucraina 2014, Bolivia 2019, poi ancora Ucraina, ancora Siria, Venezuela e ancora Iranโ€ฆ

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Questa fase iniziale mira a costruire il presupposto morale per l’intervento. Le proteste in Iran ne sono un esempio da manuale: nate da legittime rivendicazioni economiche, vengono immediatamente assorbite in una narrazione politica, amplificata dai media occidentali, che le inquadra come un’epica lotta per la “libertร ” contro una “tirannia”. Le dichiarazioni ufficiali, come il tweet di Trump, non fanno che cementare questa cornice, trasformando un complesso problema interno in una semplice dicotomia tra bene e male, preparando l’opinione pubblica internazionale ad accettare, se non a invocare, un’ingerenza esterna.

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Una volta stabilita la narrazione, si passa al sostegno materiale. Questo non avviene necessariamente tramite l’invio di armi, ma attraverso strumenti piรน sofisticati e asimmetrici. La valutazione dell’intelligence statunitense di introdurre clandestinamente in Iran terminali Starlink per aggirare il blocco di Internet รจ la prova lampante di questa tattica. Fornire ai manifestanti una rete di comunicazione indipendente e non censurabile รจ un atto strategico di enorme portata, che alimenta la capacitร  organizzativa della rivolta e garantisce che il flusso di informazioni continui a essere orientato secondo gli interessi esterni.

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Il caso del Venezuela illustra perfettamente la centralitร  della dimensione economica. Le sanzioni e la pressione diplomatica sono solo una parte dell’equazione. La vera leva รจ il controllo degli investimenti e l’accesso ai mercati. Le parole del CEO di Exxon sono lapidarie: le Big Oil statunitensi pretendono “cambiamenti piuttosto significativi” nel sistema politico ed economico venezuelano prima di tornare a investire. Il cambio di regime non รจ una mera aspirazione ideologica; รจ una precondizione contrattuale per l’accesso alle immense risorse petrolifere del Paese, legando indissolubilmente il destino politico di una nazione agli interessi delle corporation straniere.

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Quando le fasi precedenti non sortiscono l’effetto desiderato, o per accelerare il processo, l’opzione militare viene posta sul tavolo. Non si tratta sempre di un’invasione su larga scala. Puรฒ assumere la forma di un’operazione mirata, come quella che ha portato alla cattura di Maduro, o di una minaccia credibile che paralizza l’avversario. Le discussioni preliminari in seno all’amministrazione USA, riportate dal Wall Street Journal, su un possibile attacco aereo contro l’Iran dimostrano che l’uso della forza rimane sempre l’argomento ultimo, la conclusione logica di una sequenza che mira al rovesciamento a ogni costo.Questa complessa architettura di intervento non potrebbe funzionare senza una rete di attori e strumenti specifici, che operano nell’ombra o in piena luce, per tradurre la strategia in azione.

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In Medio Oriente, questo modello trova la sua massima espressione nell’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele. Quest’ultimo non agisce solo come partner politico, ma come un vero e proprio braccio operativo, le cui agenzie di intelligence completano e potenziano l’azione americana.

L’ipotesi di introdurre clandestinamente terminali Starlink in Iran, ad esempio, non รจ un’operazione che verrebbe condotta unicamente dalla CIA; le fonti di intelligence indicano chiaramente che una simile azione ยซsarebbe coordinata con il Mossad, che possiede infrastrutture e agenti in Iranยป. Questa simbiosi operativa รจ talmente evidente che la percezione dell’ingerenza da parte dello Stato bersaglio diventa a sua volta parte del conflitto. Quando Teheran accusa ยซIsraele e quelli che ha definito gruppi terroristici per i disordiniยป, non sta semplicemente agitando uno spauracchio propagandistico, ma risponde a una minaccia che riconosce come reale, identificando la firma del suo principale avversario regionale dietro le quinte delle proteste interne.Il potere imperiale contemporaneo รจ dunque intrinsecamente โ€œibridoโ€, parola che oggi รจ molto in auge. Unisce la potenza di fuoco della propaganda globale alla precisione dell’intelligence alleata, mescolando la narrazione della “libertร ” con la coercizione segreta. Questa macchina complessa, tuttavia, non agisce nel vuoto, ma persegue un fine ultimo ben preciso, la cui realizzazione avrebbe conseguenze irreversibili per l’intera regione.

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