Lavinia Marchetti
La scena breve, virale, perfetta per il telegiornale esiste. Pochi secondi, un agente isolato, colpito, a terra, il martello di Thor che spunta nell’immagine (un martelletto, ma è diventato emblema dell’apocalisse). È il formato che si lascia montare senza fatica, il marketing giornalistico ha tutto pronto. Un taglio qua, enfasi di là, un colpevole immediato, una morale pronta, e l’agente “Ale” per gli amici di Repubblica e per Meloni, con quel frammento diventa l’intero racconto, e tutto ciò che lo circonda viene spinto ai margini, trasformato in rumore di fondo, o peggio in sospetto.
Mentre i telegiornali e la stampa mainstream si sono cristallizzati su un singolo frame, quello, certamente grave, dell’aggressione all’agente Alessandro Calista (Ale per gli amici di Repubblica e per Meloni) la realtà della piazza di Torino è stata deliberatamente oscurata per servire un’agenda repressiva già scritta.
La narrazione ufficiale ci parla di “terrorismo” e “squadrismo rosso”, il ministro Piantedosi delira in diretta, ma tutti insieme, maggioranza/opposizione/media mainstream, selvaggiamente, omettono cos’è successo davvero a Torino e soprattutto ribaltano gli “agenti” della violenza.
“TI PIACEREBBE SPARARMI E POI DARMI DEL VIOLENTO” (Punkreas)
Ci sono molti aspetti da considerare. Incrociamo testimonianze, articoli, video e troviamo 5 linee interpretative
1) Una prima linea riguarda manganellate e pestaggi su persone in fuga, cadute a terra, oppure circondate. Nelle ricostruzioni pubblicate dal manifesto, dal fatto, dai video consultabili su molte piattaforme e testimonianze, si parla di azioni “dieci contro uno”, di colpi inferti quando la persona è già a terra, di inseguimenti nelle vie laterali.
2) Una seconda linea riguarda l’uso dei lacrimogeni in modo descritto come pericoloso. Sempre nelle testimonianze raccolte la polizia ha sparato lacrimogeni ad altezza uomo (pratica vietata). Testimonianze riportano di lacrimogeni finiti su balconi e finestre di residenti. Arianna, una studentessa di 19 anni, è svenuta e ha avuto convulsioni per l’eccesso di gas inalato.
3) Una terza linea, decisiva perché spezza l’alibi del “se eri lì te la sei cercata”, riguarda giornalisti e fotografi. Il caso del fotografo Federico Guarino entra nel discorso pubblico proprio perché è una prova autoevidente: se un cronista visibile, con macchina fotografica, che dichiara di essere stampa, viene buttato a terra e colpito, poi dileggiato, come si vede dai video circolati, allora cade la favola dell’uso “chirurgico” della forza e del rispetto automatico per chi documenta. Qui non c’è da santificare nessuno, ma c’è da riconoscere che la possibilità stessa di testimoniare viene colpita. (La Stampa, video-intervista a Federico Guarino, 2 febbraio 2026; il manifesto, 3 febbraio 2026; Il Post, 2 febbraio 2026).
4) Una quarta linea riguarda la gestione punitiva del dopo: fermi, identificazioni, presi “a caso” secondo alcune testimonianze, persone trattenute in questura fino a notte. Anche qui, senza pretendere di trasformare un racconto in un verdetto, esiste un fatto politico: quando la cronaca si concentra solo sull’aggressione all’agente, tutto ciò che riguarda la punizione diffusa e l’effetto intimidatorio sparisce dal dibattito pubblico. (il manifesto, 3 febbraio 2026).
5) Infine, c’è una linea ancora più sensibile, perché tocca la soglia sanitaria. Racconti di presenza e controlli in ospedale, fino alle aree di triage, con pratiche descritte come intrusive. Gli agenti in divisa o in borghese sono entrati nelle aree sanitarie degli ospedali (Giovanni Bosco, Gradenigo) per identificare i feriti sulle barelle, sequestrando cellulari e intimando al personale medico di avvisarli prima delle dimissioni, anche minacciando.
IL REPORT DI Rita Rapisardi E LA CRONACA CHE PRECEDE IL VIDEO VIRALE
La giornalista Rapisardi era la più vicina ai fatti al momento dello scontro tra il poliziotto ferito e alcuni manifestanti e ha fornito una ricostruzione che contesta la casualità dell’isolamento dell’agente Calista, infatti la dinamica dell’agente isolato ha tutt’altra sfumatura. Secondo la ricostruzione di Rapisardi, l’agente si è staccato autonomamente dalla sua squadra di venti uomini per inseguire e manganellare due manifestanti (uno forse armato di asta) che si trovavano a circa 15 metri di distanza e solo dopo che l’agente ha iniziato a colpire i due, altri manifestanti sono intervenuti in soccorso, portando alla caduta del poliziotto e ai secondi di video diventati virali. Veterani dell’ordine pubblico hanno confermato che la squadra (10 uomini) deve muoversi compatta: se un agente resta isolato, c’è stato un errore individuale o del caposquadra. Questo ci fa capire come opera la manipolazione mediatica.
IL MONTAGGIO COME POTERE
La questione “reale”, per i fatti di Torino, riguarda una tecnica precisa e antica. Prendere un episodio ad alto rendimento emotivo, ripeterlo fino a farlo diventare l’unico centro visibile, separarlo dal prima e dal dopo, trasformarlo in una prova totale. Da quel punto, la politica trova una strada già spianata. Il giorno seguente arriva come conseguenza logica di un’immagine e non come il risultato di un’inchiesta. Semplice ed efficace. Il pubblico è addestrato a non farsi domande e a “credere”. È successo quando l’attenzione nazionale si è fissata sul poliziotto colpito, mentre le persone colpite dall’altra parte sono rimaste senza volto pubblico. Un uomo a terra diventa simbolo, gli altri restano materia confusa. La violenza contro un agente acquista il rango di emergenza, invece la violenza contro manifestanti, cronisti, passanti viene compressa in nota laterale, oppure scivola nell’idea di un rischio “normale” del trovarsi lì. In quella selezione si decide già chi merita attenzione (la premier, i giornalisti, l’universo tutto) e chi merita sospetto e un “tentato omicidio” fantasioso.
Questi sono i fatti. Piacciano o meno agli sciami di bot, troll, cyborg e ai fascisti.

