Conosciamo tutti ormai la triste storia di Giovanna Pedretti, titolare di una pizzeria a Sant’ Angelo Lodigiano, trovata morta nel Lambro dopo che i social si erano scatenati contro di lei davanti ad una contestazione mossa da un noto influencer sull’autenticità della recensione di un cliente che lamentava la presenza di gay e di un disabile nel locale gestito dalla signora. Sabato scorso la signora è stata convocata dai carabinieri per discutere proprio della veridicità della recensione incriminata e della sua replica.
Riportiamo il testo di un articolo pubblicato ieri su “Il Dubbio” da Alessandro Barbano, che ci pare pertinente.
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Perché i carabinieri hanno convocato Giovanna Pedretti in caserma per interrogarla come persona informata sui fatti?
È la domanda chiave, nel suicidio della ristoratrice, ancorché del tutto ignorata da media e politici, che da quarantott’ore, e da parti opposte, si rinfacciano la responsabilità della gogna, come fonte di una presunta istigazione al suicidio.
Nessuno si chiede perché un cittadino debba essere convocato da un’autorità di polizia per spiegare il senso di una sua libera manifestazione di pensiero sui social, ancorché non veritiera, ancorché forse mossa dal bisogno di farsi pubblicità. In Italia la bugia è forse diventata un reato?
È legittimo che a smascherarla sia un influencer. È discutibile che l’influencer si travesta da investigatore, vantandosi di una conversazione-interrogatorio con la vittima, messa nel mirino del suo bazooka di verità.
Ma a che titolo la potestà autoritativa dello Stato interviene a far luce sulla veridicità del dibattito pubblico? C’è una notizia di reato che giustifica l’intervento? O piuttosto i carabinieri sono una polizia morale? E se lo fossero, noi saremmo ancora una democrazia?
Queste sono le domande che dovremmo porci sulla tragedia della ristoratrice. Le suggeriamo al magistrato che indaga sull’ipotesi di un’istigazione al suicidio.
* Il Dubbio
