Carlo Seclì
Di fronte alle sempre crescenti richieste di giustizia sociale, sono state avviate delle politiche volte a un riequilibrio della crescita economica (ispirate ai principi di gradualità ed efficienza), soprattutto a favore delle aree più arretrate del Paese. Tali politiche sono tuttora oggetto di richiesta alle autorità governative.
Successivamente all’introduzione della politica della “porta aperta”, molti cinesi residenti all’estero hanno trasferito in patria la propria attività imprenditoriale, dando vita a importanti poli commerciali e industriali. Inoltre la politica monetaria vigente ha favorito tale fenomeno, dal momento che investire in Cina costa meno, così come costa meno produrre in Cina.
Il passo finale per l’integrazione economica internazionale della Cina si è avuto nel 2001, con la firma dell’accordo di Doha che ha sancito l’adesione del Paese all’ Organizzazione mondiale del commercio. Con questo accordo la Cina si è impegnata a ridurre considerevolmente i dazi sui beni e sui servizi importati (in particolar modo nell’ambito delle telecomunicazioni, dei servizi bancari e assicurativi) e ad adottare leggi per garantire la libera concorrenza fra gli operatori e la non interferenza dell’apparato politico nella scelta degli standard tecnologici.
Fondamentale, negli ultimi anni, è stata l’istituzione della “Nuova Via della Seta”, un’enorme rete di rotte commerciali (coinvolti 147 paesi) che collega Asia e Europa, coinvolgendo anche Africa e Oceania. Questo grande progetto si fonda su diversi piani di investimento e costruzione di opere infrastrutturali, collegamenti e trasporti, al fine di intensificare la cooperazione economica eurasiatica coinvolgendo anche i paesi in via di sviluppo. Gli obiettivi della Nuova Via della Seta sono: garantire l’approvvigionamento interno di risorse naturali scarse; sviluppare le aree remote occidentali del paese, ancora molto arretrate e poco competitive rispetto alle zone costiere orientali e alle loro metropoli; offrire nuove opportunità di investimento per le imprese cinesi, che attraverso la partecipazione in progetti di sviluppo all’estero hanno la possibilità di incrementare il loro capitale di conoscenze (per esempio nel settore dei treni ad alta velocità) e di aumentare la loro competitività internazionale; realizzare nuovi mercati di sbocco per il surplus dei prodotti cinesi, che produce tensioni con le potenze occidentali.
