ma.bu.
Il 29 novembre 1947 il Piano di partizione della Palestina elaborato dall’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) fu approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 181.
Il Piano era destinato, sulla carta, a risolvere il conflitto tra la comunità ebraica e quella araba palestinese, scoppiato già durante il mandato britannico della Palestina. Il Piano proponeva la partizione del territorio palestinese fra due istituendi Stati, uno ebraico, l’altro arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale.
Il Piano fu rifiutato dai Paesi arabi in quanto alla parte giudea furono assegnati molti più territori rispetto a quelli da loro popolati fino al 1947, compresi quelli abitati dagli arabi palestinesi. Lo Stato ebraico proposto era più ampio di quello arabo (ammontava al 56% del territorio complessivo), e comprendeva la maggior parte delle zone più fertili per l’agricoltura, il deserto del Negev, e l’accesso esclusivo al Mar Rosso e al lago di Tiberiade. Questa opzione fu presa dall’ONU in previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti (l’UNISCOP valutava in 250.000 gli ebrei europei presenti in centri di accoglienza e pronti a trasferirsi in Palestina). La parte essenziale delle terre costiere coltivabili sarebbero state di pertinenza dello Stato ebraico.In totale sarebbero stati assegnati alla comunità ebraica l’80% dei terreni cerealicoli e il 40% dell’industria della Palestina.
Tale iniqua spartizione determinò la vibrante opposizione del mondo arabo, con la conseguente guerra arabo-israeliana del 1948.

