Silvana Sale
In Francia si sta consumando una frattura profonda tra il popolo e le istituzioni. Una frattura che, nelle ultime settimane, ha assunto i contorni di uno scontro aspro, frontale e inquietante.
Da una parte, una popolazione stanca, esasperata, impoverita e sempre più disillusa,dall’altra, uno Stato che risponde con manganelli, gas lacrimogeni, arresti di massa, retorica repressiva e silenzi istituzionali.
Tutto è esploso in maniera incontestabile nell’ultima settimana con l’ondata di proteste del movimento “Bloquons Tout” (Blocchiamo Tutto). Migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade, nelle scuole, nelle università e lungo le principali vie di comunicazione del Paese per denunciare l’ennesimo attacco alla giustizia sociale.
Il governo francese, guidato da Emmanuel Macron, ha annunciato tagli massicci alla spesa pubblica, 44 miliardi di euro in meno, che colpiranno servizi essenziali, sanità, istruzione, sostegni alle fasce più deboli. Una misura che viene imposta senza alcun vero confronto democratico, in un clima già segnato da anni di crescente autoritarismo istituzionale.Ma la risposta dello Stato non è stata il dialogo. È stata la repressione. A partire dal 9 settembre, su tutto il territorio nazionale sono stati mobilitati oltre 80.000 agenti di polizia e gendarmi. I cortei sono stati affrontati con violenza, gas lacrimogeni sparati a distanza ravvicinata, cannoni ad acqua, cariche improvvise.
Le immagini che arrivano da Parigi, Tolosa, Montpellier, Lione e Nantes mostrano una scena inquietante, manifestanti spinti contro i muri, trascinati via a forza, gettati a terra e immobilizzati. I blocchi stradali, per lo più pacifici, sono stati dispersi con una brutalità che ricorda le peggiori repressioni degli anni passati.Secondo i dati ufficiali, solo tra il 9 e il 12 settembre ci sono stati oltre 675 arresti. A Parigi, sono finiti in custodia cautelare 549 manifestanti in meno di 24 ore. Le persone detenute hanno denunciato condizioni degradanti, detenzione arbitraria, impossibilità di contattare avvocati, aggressioni verbali e fisiche durante il fermo.Ma non è tutto. Anche i giornalisti sono stati presi di mira. Secondo Reporters Without Borders (RSF), durante le proteste del 10 settembre almeno sette operatori dell’informazione sono stati aggrediti o ostacolati dalle forze dell’ordine. A Montpellier, il fotoreporter Samuel Clauzier, chiaramente identificabile come stampa, è stato spruzzato in volto con gas lacrimogeno e bloccato a terra per diversi minuti. Più tardi, un poliziotto ha cercato di strappargli la fotocamera, lo ha fatto cadere e gli ha applicato una presa al collo. A Tolosa, la fotografa Morgan Bisson è stata colpita con un manganello alla mano e alla macchina fotografica, nonostante indossasse tutti i segni distintivi della stampa. A Parigi, Lisa Lap, fotoreporter per Le Média, è stata colpita sul casco da un pugno mentre riprendeva l’incendio di una barricata.
Questi non sono episodi isolati. Sono il segno di una strategia. Una strategia della paura, della dissuasione, della repressione preventiva. Il governo Macron ha scelto consapevolmente di affrontare il dissenso popolare come un nemico da schiacciare, non come una voce da ascoltare. Il Ministro dell’Interno ha lodato l’efficienza delle forze di sicurezza, mentre i tribunali si preparano a processare centinaia di persone con accuse pesanti.Ma il popolo francese non è solo un insieme di numeri e slogan. È fatto di studenti che difendono il diritto allo studio, di insegnanti che si battono per l’istruzione pubblica, di lavoratori che non accettano di essere licenziati per sostenere le logiche di bilancio imposte da Bruxelles, di madri e padri che vogliono solo vivere in dignità, di gente che è stanca di guerre inutili e finanziamenti ad armi, di sostegni ai peggiori nazismi mondiali.Sono loro a occupare le strade, a bloccare le scuole, a costruire ponti di solidarietà tra generazioni e classi sociali.
Nel frattempo, il resto d’Europa tace. I governi non condannano, i media mainstream minimizzano, le istituzioni europee non si pronunciano. Nessuna dichiarazione forte, nessun richiamo ufficiale alla Francia per il rispetto dei diritti umani. La repressione in uno Stato fondatore dell’Unione passa sotto silenzio. Questo silenzio è complicità.Per questo oggi è giusto denunciare, con forza e senza esitazioni, le violenze dello Stato francese contro il proprio popolo. È giusto dare voce a chi lotta, a chi resiste, a chi rifiuta di piegarsi.
Il popolo francese non è solo. La sua battaglia per la giustizia sociale, per la libertà e per la dignità è anche la nostra.
