Kiev chiude i rubinetti al gas russo. Per Zelensky è la più grande sconfitta per la Russia. Ma è davvero così?

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Kiev chiude i rubinetti al gas russo. Per Zelensky è la più grande sconfitta per la Russia. Ma è davvero così?

Manuel M Buccarella

Come ci si attendeva, dal primo gennaio 2025 l’Ucraina ha chiuso i rubinetti al transito del gas russo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky esulta, descrivendo il mancato rinnovo del contratto con Gazprom come la “più grande sconfitta inflitta alla Russia” dall’inizio della guerra, ma forse non è proprio così. L’iniziativa ucraina infatti blocca definitivamente la fornitura del gas russo ai paesi UE, anche se la diversificazione delle fonti condotta in questi anni ha portato il gas russo a circa il 5% del totale, con percentuali più significative per Slovacchia ed Ungheria. Già però, nonostante le sanzioni, la Russia era intervenuta a danno dell’Europa: la via, quella di mezzo, tra il Baltico e l’Ucraina, è stata bloccata unilateralmente da Mosca; quella attraverso la Turchia, che risale verso la Grecia o verso Bulgaria e Romania, è invece ancora operativa.

Per Lettera43 in un recente articolo di Stefano Grazioli, è “facile ricapitolare i vincenti e i perdenti nel nuovo contesto energetico: la Russia continua in parte a esportare verso Occidente, ma ha spostato le direttrici verso Oriente; l’Ucraina perde le tasse di transito e rimane dipendente dal gas europeo; gli Stati Uniti si stanno sostituendo in parte alla Russia con l’export di gnl in Ue; tutti i Paesi europei che non producono, ma importano gas, devono far fronte a prezzi crescenti. Certamente l’Europa ha iniziato a diversificare: paradossalmente però la concorrenza drogata ha condotto a maggiori costi, confermando in sostanza la dipendenza, inevitabile, da attori esterni. Di gas ce n’è per tutti: dipende solo dal prezzo che si è disposti.” Si dice che la Russia perderebbe da questa operazione 4-5 miliardi all’anno; le royalties che l’Ucraina perderebbe annualmente dal mancato transito del gas russo sono pari a 800 milioni di dollari annui.

C’è da dire che il gas naturale liquefatto russo (gnl), quello trasportato in forma liquida via nave, continua a essere importato, in quantità ancora maggiore rispetto ai livelli pre-guerra.

La recente crisi della Germania dipende direttamente dal conflitto russo-ucraino e dall’embargo nei confronti del gas russo. Per decenni i paesi europei hanno ricevuto gas prima dall’Urss e poi dalla Russia a prezzi decisamente competitivi. Contratti sul lungo periodo hanno assicurato cifre vantaggiose in una cornice di rapporti che sull’onda energetica si sono allargati, avvicinando Mosca e diverse capitali europee, soprattutto Berlino. La Germania ha approfittato del gas a buon mercato, per far crescere la sua industria e diffondere benessere. Il progetto Nord Stream, 1 e 2, è stato il simbolo della partnership tra Russia e Germania nei primi vent’anni di questo secolo. Poi sono arrivate la decisione di Putin di invadere l’Ucraina e il quasi immediato sabotaggio del gasdotto. In Germania i prezzi del gas, che ancora tra il 2015 e il 2020 viaggiavano tra i 5 e i 20 euro per Megawattora, sono schizzati prima a 350 per poi stabilizzarsi adesso sui 40-50, a livelli comunque doppi rispetto al passato più recente. I contratti sono fatti sul breve periodo, seguendo le oscillazioni dei mercati, e i rischi sono più elevati. La Germania ha approfittato del gas a buon mercato, per far crescere la sua industria e diffondere benessere. Alla fine nel giro di un paio d’anni la Germania si è ritrovata in recessione.

“L’Unione europea ha accettato in sostanza di rinunciare al gas russo – continua Stefano Grazioli su Lettera43 – per ripiegare su quello in arrivo da altri Paesi, mettendo in conto prezzi maggiori e speculazioni annesse. Una mano è stata data appunto dall’Ucraina e l’altra è arrivata dagli Stati Uniti, che si sono posizionati nel mercato del gnl come il principale fornitore, assieme ad altri, dalla Norvegia al Qatar fino all’Azerbaigian”.

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