Convertire le fabbriche italiane per la produzione di armi non aiuterà la nostra economia. Lo ha spiegato qualche tempo fa anche il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto sul tema “Pace e prosperità in un mondo frammentato” lo scorso 16 gennaio, invitato a Bologna dal Centro San Domenico e dalla Fondazione Centesimus Annus.
«La produzione di equipaggiamenti bellici – ha spiegato la più alta carica di Bankitalia – non contribuisce ad aumentare il potenziale di crescita di un paese. Lo sviluppo deriva dagli investimenti produttivi, non dalle armi. Non a caso, negli anni trenta Keynes proponeva di incrementare massicciamente la spesa pubblica per investimenti come soluzione alla depressione economica Usa, suggerendo al presidente Roosevelt di concentrarsi su «l’ammodernamento delle ferrovie». La guerra rappresenta dunque una forma di “sviluppo al contrario” e non può generare prosperità».
Dunque secondo l’economista, sarebbe errato l’approccio che intende portare avanti la Commissione UE e la Germania in particolare, secondo il quale il progetto di riarmo, con una massiccia produzione di armi anche “casalinghe”, sarebbe nelle condizioni, grazie anche all’indotto, di rilanciare l’economia e con essa la creazione di nuovi posti di lavoro e dunque generando così un incremento della domanda aggregata interna, a beneficio di consumi e prodotto interno lordo. Semmai ciò è vero solo in parte e solo per un periodo limitato. L’economia di guerra per altro genera una forte inflazione, come si assiste oggi in Russia, per esempio, dove a gennaio 2025 è salita al 9,90%. Nel periodo postbellico, suggerisce Panetta, è necessaria eseguire una serie di “torsioni”, non facili, per riequilibrare le sorti dell’economia: «I benefici economici sono però transitori e non eliminano la necessità di riconvertire l’economia una volta concluso il conflitto, anche nei paesi coinvolti che non abbiano subito danni diretti sul proprio territorio. L’alta inflazione e il crollo del Pil che spesso caratterizzano le fasi belliche sono i segni dei danni che i conflitti provocano al tessuto economico».
«È necessario rilanciare l’integrazione economica e la cooperazione internazionale, correggendone i difetti con politiche che promuovano uno sviluppo sostenibile e inclusivo, capace di coniugare la crescita con il superamento della povertà, con la giustizia sociale, con la difesa dell’ambiente. La pace e la prosperità sono legate da un vincolo profondo. La pace – dice – non è solo l’assenza di conflitti, ma la creazione di condizioni che consentano a ogni individuo di vivere una vita dignitosa, con il superamento della povertà, con la giustizia sociale, con la difesa dell’ambiente. La pace e la prosperità sono legate da un vincolo profondo. La pace – dice – non è solo l’assenza di conflitti, ma la creazione di condizioni che consentano a ogni individuo di vivere una vita dignitosa, libera dalla paura e dalla povertà». Allo stesso tempo, aggiunge , «una prosperità che non genera benessere diffuso è una prosperità effimera, che rischia di generare conflitti e instabilità».

