Alfredo Facchini
«Saranno arrestati come terroristi, rinchiusi nelle galere di massima sicurezza di Ketziot e Damon, le navi confiscate e messe a disposizione della Marina israeliana».
Così tuona Ben Gvir, ministro dell’odio nazi-sionista, contro gli equipaggi della Global Sumud Flotilla.
Terroristi? Chiamano così chi porta sacchi di farina, scatole di medicine, taniche d’acqua a un popolo ridotto a scheletro dall’assedio. Chiamano così chi sceglie la vita contro la fame programmata. Ogni caloria negata è un calcolo, ogni farmaco respinto una sentenza.
Le intenzioni sono dichiarate: intercettare, bloccare, sequestrare le imbarcazioni già in acque internazionali, come ogni volta che un’ombra di umanità tenta di infrangere il blocco. Ma questa volta non è una barca isolata: sono cinquanta. Centinaia gli attivisti.
Il problema è che chi dovrebbe alzarsi in piedi e dire basta, non vede, non parla, soprattutto non agisce. La stampa del regimetto meloniano addirittura irride. Schernisce. Trasforma in farsa il coraggio di chi ha messo il proprio corpo su quelle navi.
Il Giornale: «Da Genova via allo show».
Libero: «L’intifada sullo yacht». Sottotitolo: «La comica missione per liberare la Palestina parte con una spaghettata sul panfilo…».
Per ora, solo i camalli del porto di Genova hanno fatto sentire la loro voce contro il blocco nero.
La Flotilla è piccola. Ma la mobilitazione la fa gigante. Il suo viaggio è il nostro viaggio. Non lasciamola sola. Mai. Perché quando il mare diventa l’ultima frontiera tra l’umanità e la sua negazione, ogni approdo è anche il nostro, ogni naufragio ci sommerge tutti.

