Lavinia Marchetti
LA DOMANDA PIÙ PRESSANTE DAL 31 AGOSTO È: COSA SUCCEDERÀ ALLA FLOTILLA?
«Ma che succederà alla Flotilla?». Una domanda che in molti mi rivolgono in questi giorni, ben consapevoli dei rischi che incombono su questa missione umanitaria diretta a Gaza. La verità è che è difficile rispondere con certezza.
Il mio approccio è più da “scienziato” che da analista geopolitico, cerco le cause per determinare gli effetti, quindi, anche se può apparire noioso, faccio un’anamnesi. I precedenti storici non sono rassicuranti, e il contesto attuale è quantomai teso. Intanto, proviamo a ricostruire i fatti e il contesto, per capire cosa può attendere la Global Sumud Flotilla nelle prossime settimane.
IL PRECEDENTE DEL 2010: MORTI E VERITÀ SCOMODE
Per chi non lo sapesse non inizia tutto il 7 ottobre 2023. Inizia tutto nel 1948 (anche prima, ma intanto fissiamo un punto). Quindi il 31 maggio 2010 una flottiglia di attivisti pro-Palestina tentò di raggiungere Gaza via mare con aiuti umanitari, in risposta a un assedio che da anni strangolava la Striscia privando i civili di cibo, carburante e medicine, e con l’obiettivo dichiarato di rompere simbolicamente il blocco e richiamare l’attenzione internazionale sulle condizioni disumane in cui viveva la popolazione gazawa.
La missione fu fermata con violenza: forze speciali israeliane abbordarono la nave turca Mavi Marmara in acque internazionali, aprendo il fuoco. Il bilancio: 9 civili uccisi e decine di feriti. L’ONU istituì una Commissione d’inchiesta (Rapporto Palmer), che riconobbe la legalità del blocco navale ma definì l’uso della forza israeliana “eccessivo e irragionevole”. Il rapporto mise in evidenza che molte vittime furono colpite più volte, anche di spalle o a distanza ravvicinata, e che Israele non fornì spiegazioni adeguate. La Commissione però non era un tribunale, non aveva mandato per pronunciarsi in via definitiva e dichiarò di poter esprimere solo opinioni.
IL BLOCCO DI GAZA: IL NODO GIURIDICO
Israele sostiene che il blocco marittimo di Gaza sia una misura di sicurezza contro Hamas e lo applica anche in acque internazionali. Secondo il diritto internazionale del mare (Convenzione di Sanremo del 1994 sulle leggi di guerra navale), un blocco può essere considerato legale se:
è dichiarato e notificato,
è efficace (cioè realmente applicato),
non mira a far morire di fame la popolazione civile,
non impedisce l’accesso agli aiuti umanitari.
Sul piano teorico Israele ha sempre invocato questi criteri. Ma sul piano pratico l’assedio di Gaza viola almeno due di queste condizioni: provoca carestia indotta e impedisce l’accesso a beni essenziali. È qui che interviene il diritto umanitario: secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha l’obbligo di garantire il benessere della popolazione civile. La Corte Internazionale di Giustizia, nel suo parere consultivo del luglio 2024, ha dichiarato l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi illegale, includendo il blocco di Gaza come misura contraria al diritto.
GLI SCENARI LEGALI PER LA FLOTILLA 2025
Intercettazione in acque internazionali: Israele potrebbe fermare la Flotilla prima che entri nelle acque di Gaza. Dal punto di vista giuridico, ciò configurerebbe una violazione del principio di libertà di navigazione sancito dalla Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS). Le navi civili battenti bandiera di Stati terzi avrebbero diritto a transitare liberamente in acque internazionali.
Sequestro delle navi: Israele potrebbe confiscare i vascelli e deviarli verso i propri porti. Sarebbe un atto equiparabile alla pirateria di Stato, salvo che Israele continui a invocare il blocco navale. Tuttavia, vista l’illegittimità riconosciuta dell’occupazione, l’argomento giuridico risulta debole.
Arresto degli attivisti: qualora fossero detenuti e trasferiti in carceri israeliane, si porrebbe la questione delle detenzioni arbitrarie. In acque internazionali gli attivisti restano sotto la giurisdizione dello Stato di bandiera, e l’arresto da parte di una potenza terza costituirebbe una violazione della sovranità di quello Stato.
Eventuale uso della forza: se Israele dovesse impiegare armi da fuoco, il principio di proporzionalità e necessità diventerebbe centrale. Qualsiasi danno letale inflitto a civili disarmati sarebbe qualificabile come violazione grave del diritto internazionale umanitario e potenzialmente perseguibile davanti alla Corte Penale Internazionale.
LA MIA OPINIONE
Alla domanda iniziale, cosa succederà alla Flotilla, la risposta più onesta è che verrà quasi certamente fermata. Ma il nodo centrale non sarà tanto se Israele riuscirà a bloccarla, quanto il COME lo farà.
Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha dichiarato che i partecipanti saranno trattati alla stregua di terroristi, con detenzione in carceri di massima sicurezza come Ketziot o Damon, senza alcun trattamento di favore. Parole che mostrano la volontà politica di criminalizzare la solidarietà civile e creare un deterrente.
Se sceglierà la via di un arresto amministrativo rapido, resterà la denuncia politica. Se invece userà la forza o carcerazioni prolungate, si apriranno seri contenziosi legali internazionali.
In ogni caso, il diritto del mare, il diritto umanitario e il parere della Corte Internazionale di Giustizia restano punti di riferimento che delegittimano l’assedio e offrono agli attivisti una solida base giuridica per rivendicare la legalità della missione.

