IL POTERE CHIEDE “DECORO”, LA STORIA CHIEDE CORAGGIO

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IL  POTERE CHIEDE “DECORO”, LA STORIA CHIEDE CORAGGIO

Lavinia Marchetti

«Se ci chiediamo “che cosa possiamo fare?”, la risposta è semplice: tutto quello che scegliamo di fare. La verità è che viviamo in una società relativamente libera. Non è un dono piovuto dal cielo. Le libertà di cui godiamo noi sono state conquistate a prezzo di lotte popolari difficili, dolorose, coraggiose, ma oggi sono una realtà. Abbiamo a disposizione questa eredità, che ci è stata tramandata grazie alle battaglie combattute da altri. Questo significa che la nostra è un’opportunità immensa, perché per molti versi la nostra è ancora la società più libera del mondo. Il governo ha una capacità di coercizione molto limitata; il settore corporativo può provare a esercitare la forza, ma non ne possiede l’autorità.Si può fare molto se il popolo si organizza, se lotta per i propri diritti come ha fatto in passato, e tante battaglie possono essere vinte».

[Noam Chomsky, Ottimismo contro il disastro. Conversazioni su resistenza, giustizia e libertà, capitolo 1: “Che cosa possiamo fare?”]

Sabato Roma ha mostrato ciò che Chomsky chiama l’eredità delle lotte popolari: il ritorno dell’umano contro la sua amministrazione. E mentre il popolo marciava per Gaza, per la giustizia, per la memoria stessa della parola “umano”, c’era chi osservava da dietro una scrivania, con lo sguardo contratto e la retorica pronta, per ridurre tutto a “disordini” o “vandalismi”. Si sa, lo avevamo già visto a Genova 2001: quando il popolo si muove, i commentatori fanno la conta delle birre per terra, i ministri misurano il decibel delle urla, e i giornali cercano la statua imbrattata. Sono ventriloquie del potere, del privilegio travestito da cronaca. Gli stessi che applaudono i bombardamenti parlano di “civiltà violata” da un po’ di vernice. È comico, se non fosse tragico. Il paradosso sposa se stesso e si autocompiace.

Chi parla solo di scontri, chi riduce un milione di coscienze a una macchia di colore su una statua, rivela di avere paura. Paura che il popolo ricordi di avere una voce. Paura che l’esercizio della coscienza si riavii improvvisamente dopo decenni di repressione. Paura che la loro comoda narrazione, la pace come obbedienza cieca a un potere brutale, la giustizia come mera burocrazia, la democrazia come silenzio e accettazione, si sbricioli al primo coro collettivo.

Ieri Roma ha gridato che la libertà non è un protocollo ma una disobbedienza. E chi prova a ridicolizzarlo, a comprimerlo nei margini del decoro, finirà per essere ricordato come la caricatura grottesca del privilegio che ha cercato di difendere.

I pro-gen verranno giudicati, lo sanno bene, e usano le loro ultime carte dal potere in pieno stile repressione/minaccia, come fanno tutti i governi che non stanno capendo cosa sta accadendo.

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