Centomila. Forse di più. Una marea compatta, determinata, colorata, che oggi ha invaso Piazza San Giovanni a Roma per dire che la dignità non è un optional, che la vita non può essere compressa sotto la soglia dell’indecenza, che un Paese civile non può permettersi salari che non garantiscono la sopravvivenza. La richiesta è semplice, diretta, senza mediazioni: stipendi sufficienti per vivere, non per sopravvivere (“almeno 2000 euro al mese”, gridano i presenti). E se questa è considerata una rivendicazione radicale, allora radicale è diventata la necessità quotidiana di chi lavora.
La forte presenza dei giovani di OSA e Cambiare Rotta
Ma la giornata di oggi non è stata solo un appuntamento sindacale. È stata un’affermazione politica, sociale, umana. Una piazza che ha unito la denuncia della finanziaria di guerra del governo Meloni – una manovra che taglia diritti, cura e reddito per alimentare spese militari e politiche securitarie – al grido universale per una Palestina libera, contro il genocidio e contro ogni tentativo di normalizzazione dell’orrore.
USB, come sempre, c’era. C’era fisicamente, con i suoi striscioni, i suoi delegati, le sue lavoratrici e i suoi lavoratori. Ma c’era anche politicamente, come uno dei pochi soggetti capaci di tenere insieme la critica sociale e la solidarietà internazionale, la battaglia per il salario e quella per la pace, la difesa quotidiana dei diritti dentro i luoghi di lavoro e lo sguardo aperto sul mondo. Significativa la presenza dei ragazzi di Cambiare Rotta e OSA, le articolazioni giovanili della Rete dei Comunisti.
“Il Governo Meloni ci toglie il futuro: saremo noi la vostra opposizione”, recitava così lo striscione dietro cui hanno marciato migliaia di studenti nella giornata di corteo nazionale contro il governo Meloni. A decine di migliaia si sono riversati in strada a Roma per di no a questa finanziaria e per la Palestina, studenti e studentesse da tutta Italia hanno sfilato dopo lo sciopero generale di ieri.
“Con l’aumento delle spese militari – spiegano i ragazzi a FarodiRoma – si taglia al futuro dei giovani, saremo noi la vostra opposizione. Vogliamo scuole e università accessibili perché il diritto allo studio è un diritto di tutti. Valditara e Bernini sono nemici della formazione pubblica e pensano solo a reprimere gli studenti e studentesse che si mobilitano invece di ascoltarli. Con la leva militare proposta da Crosetto si completa il cerchio: la bloccheremo, non saremo carne da cannone per le guerre dell’Occidente. Blocchiamo tutto!”
Una piazza che rimette al centro il valore del lavoro
Nelle voci che si sono alternate dal palco, nei cartelli improvvisati, nei volti di chi è arrivato da tutta Italia, c’era una consapevolezza crescente: non può esserci futuro senza un reddito dignitoso. Lo sanno i giovani, che vivono nel paradosso di una precarietà resa norma. Lo sanno gli operai, che da anni si vedono erodere salario, tutele e prospettive. Lo sanno le donne, che reggono un welfare familiare che lo Stato smantella. Lo sanno i lavoratori pubblici, travolti dai carichi di lavoro e da stipendi fermi da decenni.
San Giovanni ha mostrato tutto questo con una chiarezza impossibile da ignorare. È stata una piazza che ha parlato non solo di numeri, ma di vite reali, di una quotidianità che non può più essere compressa in uno schema economico che ignora la realtà sociale.
Contro la finanziaria di guerra e per una Palestina libera
La manovra del governo è stata respinta senza tentennamenti. Non una critica tecnica, ma una denuncia politica: di fronte all’aumento delle spese militari e al taglio della spesa sociale, la piazza ha gridato che un altro modello di società è possibile. Perché non è accettabile spendere miliardi per armamenti mentre mancano case popolari, asili nido, ospedali funzionanti, salari adeguati, pensioni dignitose. Non è accettabile che si invochi la sicurezza mentre si produce insicurezza quotidiana nella vita delle persone.USB ha portato una posizione netta: la finanziaria è figlia di una logica di guerra, che trasforma i cittadini in costi da contenere e gli apparati militari in investimenti da espandere. E la piazza lo ha capito perfettamente. Lo stesso è accaduto sul tema della Palestina: San Giovanni ha risuonato del grido “Palestina libera”. Le bandiere palestinesi hanno attraversato la manifestazione come un richiamo alla coscienza collettiva. Chi lotta per il salario non può voltarsi dall’altra parte davanti a un popolo martoriato.
Una giornata che apre un percorso
Oggi non si è chiuso un percorso: è iniziato. È la dimostrazione che quando il Paese reale prende parola, quando i lavoratori e le lavoratrici non accettano più il ricatto della rassegnazione, qualcosa si muove davvero. San Giovanni non è stata una manifestazione come le altre. È stata una riscossa, un risveglio, una dichiarazione di dignità collettiva.E nella voce di chi lasciava la piazza, al tramonto, c’era una certezza: non ci fermeremo. La lotta per il salario, per la giustizia e per la pace è appena cominciata.
Rita Martufi
Una manifestazione impressionante, di quelle che segnano un passaggio politico (Editoriale di Luciano Vasapollo)
Una manifestazione entusiasmante, straordinaria, ben oltre ogni previsione. Dopo le mobilitazioni di settembre e ottobre, dopo gli scioperi generali dell’USB e il grande sciopero generale di ieri – tre scioperi generali in appena due mesi – oggi la nostra area ha dato vita a un’altra giornata storica. Un corteo nazionale che ha riempito Piazza San Giovanni come non si vedeva da tempo: una distesa fittissima di persone, una piazza piena in ogni suo angolo. Senza esagerare, eravamo certamente oltre le centomila presenze; le immagini fanno pensare anche a numeri più alti, ma restiamo prudenti e aderenti alla realtà. È stata comunque una manifestazione impressionante, di quelle che segnano un passaggio politico.Una piazza schierata contro il neoliberismo dell’Unione Europea e del governo Meloni, contro l’apparato militare-industriale, contro la deriva bellicista, contro l’economia di guerra e la finanziaria che la sostiene. Una manovra, quella del governo, che continua a tagliare investimenti per l’edilizia pubblica e popolare, per il lavoro stabile e a salario pieno, per la sanità, per l’istruzione, per la ricerca e la formazione. Noi proponiamo l’opposto: un programma politico fondato sulla democrazia partecipativa, sulla democrazia diretta, sulla democrazia reale, non quella che si ammala di chiacchiere e resta lontana dalla vita della gente.Hanno sfilato tutte le strutture della nostra area: l’Unione Sindacale di Base, il Centro Studi Cestes, Potere al Popolo, la Rete dei Comunisti, l’organizzazione studentesca OSA, Cambiare Rotta, Asia–USB per il diritto all’abitare, insieme a delegazioni e occupazioni delle case presenti a Roma. Una manifestazione nazionale con presenze forti da Napoli, Bari, Salerno, Firenze, tutta la Toscana, Milano, Torino, Bologna e molte altre città. Una rappresentanza ampia e popolare, dai disoccupati ai precari, dai migranti agli abitanti dei quartieri popolari, dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica: un mosaico completo dei settori più colpiti dal modello neoliberista, che oggi porta avanti esperienze di democrazia sociale nei territori.
Siamo felici, orgogliosi, consapevoli di essere diventati una forza capace di mobilitare decine di migliaia di persone, senza mai scendere a compromessi con quella sinistra istituzionale – anche quando si finge radicale – che proclama il pacifismo e poi vota per sanzioni, armi e continuità della guerra. Vergognoso quello che ha fatto ieri il gruppo della sinistra al Parlamento europeo, votando compatto per l’invio di armi a Kiev e per l’escalation del conflitto. Noi siamo altro. Lo abbiamo dimostrato nelle mobilitazioni e nelle urne, con Potere al Popolo: siamo la sinistra di classe, la sinistra conflittuale, la sinistra anticapitalista, la sinistra che non accetta compromessi con la guerra.
Siamo orgogliosi del lavoro costruito negli anni, passo dopo passo. Ogni nostra chiamata alla mobilitazione, anche nel 2024, ha portato in piazza iniziative riuscite sia dal punto di vista qualitativo sia – ormai stabilmente – sul piano quantitativo. La manifestazione di oggi l’abbiamo promossa noi, e siamo stati noi a portare in piazza 100–150 mila persone.
E come si dice in America Latina: ¡Sí, en adelante, hasta la victoria! Continueremo la lotta con umiltà, con responsabilità, perché non basta dire dei no. Noi siamo una sinistra alternativa: antimperialista, anticapitalista, ma anche portatrice di proposte concrete. Proposte per lo Stato sociale, per la pace, per il dialogo diplomatico, per il lavoro, per i quartieri popolari, per l’ambiente e per le giovani generazioni. Una sinistra che affronta i nodi veri del conflitto capitale-lavoro e capitale-ambiente. Una sinistra che non si arrende. Una sinistra che costruisce. Una sinistra che lotta.
Luciano Vasapollo
