Manuel M Buccarella
Si parla molto del turismo, delle sue “magnifiche sorti e progressive” in particolare nel territorio salentino, fatto oggetto negli ultimi anni di una invasione senza precedenti di turisti italiani ma soprattutto stranieri, e da una conseguenza trasformazione, anche “antropologica”, dei centri cittadini, in particolar modo di quello del capoluogo di provincia. Eppure già da un paio d’anni le cose stanno cambiando, con una lenta ma inesorabile contrazione dei flussi per quanto concerne quelli “interni” (turisti italiani), solo in parte compensati dai nuovi arrivi dall’estero.
Gli italiani, si sa, sono in crisi. D’altronde gli stipendi medi sono praticamente fermi a 30 anni fa e negli ultimi 4 anni, dal 2021, i salari reali si sono ridotti del 7,5%. Gli stranieri, quanto meno quelli benestanti, ci sono ancora, anche perché è come se si giocasse una partita di calcio Italia contro Resto del Mondo. Eppure qualche scricchiolio si nota già in questo mese di luglio. E poi i processi di riarmo (ReArm Europe) in atto potrebbero avere, anche con la prevista contrazione generalizzata del Welfare, conseguenze negative sui portafogli degli stranieri. Ma quel che è più “grave”, in termini di economia reale, che il turismo quale attualmente congegnato, fondato sul binomio ricezione/ristorazione, non crea effettiva ricchezza per il territorio, avendo un basso valore aggiunto. E questo perché da un lato la maggior parte degli impieghi offerti sono stagionali, a bassa remunerazione se non addirittura “in nero”, e sia perché il “successo economico” delle attività, soprattutto di quelle ricettive, è appannaggio prevalente della borghesia del capoluogo, che ha investito ed investe in immobili di pregio nel centro storico. Gli altri, con minori disponibilità di partenza, spesso arrancano. Dunque c’è poco “ascensore sociale” in questo ambito. L’ampia disponibilità in loco di forza-lavoro giovane, inoltre, dipende dall’elevata disoccupazione, a sua volta causata da una bassa domanda (sia interna, sia estera), molto dipendente dal sostanziale venir meno degli sbocchi occupazionali del pubblico impiego.
In uno studio del 13 luglio 2023 pubblicato sulla rivista telematica economiaepolitica (“I limiti dello sviluppo turistico nel Mezzogiorno: il caso della Provincia di Lecce” di Giorgio Colacchio, Guglielmo Forges Davanzati, Gianmarco Igino Scardino, Luigino Sergio, Domenico Suppa, Davide Stasi) si affronta, si legge nell’ abstract, “il cambiamento strutturale dell’economia della provincia di Lecce negli ultimi decenni e le criticità del settore turistico. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, si è messo in evidenza che il turismo non genera crescita e che è semmai lo sviluppo locale a essere un prius rispetto all’aumento degli afflussi. Il settore è anche caratterizzato da stagionalità e retribuzioni molto basse. Il passaggio dalla produzione di tabacco alla monocultura dell’olio al turismo conferma, tuttavia, per questa area la scarsa propensione all’accumulazione di capitale e il suo essere zona periferica nell’ambito dello sviluppo capitalistico globale”.
Lecce e la sua provincia hanno accelerato, negli ultimi decenni, una specializzazione produttiva basata sul turismo. Secondo dati rilasciati dal locale Osservatorio Economico Aforisma (2023) si rileva una significativa crescita del numero di imprese nel settore: le attività di alloggio e di ristorazione sono quelle la cui numerosità è maggiormente aumentata: da 4.143 (al 31 dicembre 2009) a 5.838 (al 31 maggio 2023), ovvero 1.695 in più, pari ad un incremento del 41 per cento. Nel 1870 la provincia di Lecce (il Salento nell’accezione ristretta del termine) era più industrializzata della provincia di Torino con un Pil industriale pari a quello di Milano. Poco meno del 20 per cento delle entrate monetarie italiane provenienti dall’estero erano attribuibili al Grande Salento, che si presentava come una delle aree con la più alta incidenza del settore secondario d’Italia.
“Dal periodo postunitario a oggi – si legge nello studio – la città di Lecce ha vissuto una lunga stagione di deindustrializzazione, con la parziale eccezione del periodo di insediamento e crescita del tessile-abbigliamento-calzature (Tac) nel polo di Casarano”.
L’analisi contenuta nell’articolo citato viene preceduta da considerazioni relative alla c.d. invenzione della tradizione e, dunque, dalla tesi per la quale la crescita del settore turistico, in quanto connessa con l’uso della Storia locale per fini economici, è indotta dalla “classe agiata” locale per gestire il controllo sulla comunicazione nel e del territorio. Questa modalità di comunicazione contribuisce a rafforzare la convinzione della unicità del luogo (soprattutto per quanto attiene alle bellezze paesaggistiche) e a ritardare, sotto il profilo culturale, o finanche a rendere impossibile l’attuazione di strategie alternative di sviluppo: ciò spiega la sostanziale persistenza nel tempo di habits orientati alla conservazione dello status quo e comunque funzionali alla riproduzione della classe agiata locale.
“Il turismo contribuisce ad accrescere le diseguaglianze distributive – molto accentuate in Puglia e nel Salento e più elevate rispetto al Nord – soprattutto per il tramite della gestione dei flussi in arrivo da parte di B&B, di proprietari di strutture di accoglienza, di svago e di ristorazione di proprietà di famiglie ricche, che di turismo si arricchiscono”.

Il turismo deve accogliere il turista , non spellarlo . No confusione , questo è il turismo modi e fuggi , non dà lustro e non dà soldi !!! Una città come Lecce deve essere valorizzata non sfruttata ! Per far godere dei meriti che possono derivare da una buona politica , anche i cittadini non solo per l aumento dei prezzi !!!!
Certo … tutto sotto censura per un mondo sempre più privato 👋🏾
Avevo avuto dei dubbi .. ora ho certezze ! Buon lavoro per un mondo sempre più robotizzato 😅👋🏾 si io si … sono umana 😅 e lotto per un ondo umano 😅
Grazie di cuore per l’attenzione data ad un tema non sempre di facile lettura ed interpretazione