Alfredo Facchini
8 ottobre 1967. Una gola stretta di montagna, a La Higuera, Bolivia. Il “Che” è lì, con il suo piccolo reparto. È stanco, malato d’asma. All’alba, un commando antiguerriglia, addestrato e guidato da agenti della CIA, li assedia.Una raffica. Il Comandante è colpito a una gamba, cade, si rialza, non spara.Grida ai compagni di arrendersi, di salvare almeno la vita.
Lo trascinano via, sanguinante, le mani legate, la barba impastata di fango. Un soldato lo colpisce con il calcio del fucile. Un altro gli ruba l’orologio. Lui, seduto su una cassa di munizioni, fuma l’ultima sigaretta. Dice, calmo, a un giovane soldato terrorizzato: “Tu stai per uccidere un uomo. Non un’idea.”
Il giorno dopo, 9 ottobre 1967, ore 13:10. Una scarica di M2 mette fine al respiro del Comandante. Gli tagliano le mani, come prova dell’avvenuta esecuzione. Lo mostrano al mondo come un trofeo. Ma quella fotografia, scattata per infierire, diventa una resurrezione. Il suo volto, sereno e luminoso, appare come un Cristo rivoluzionario. Gli assassini volevano cancellarlo: lo hanno reso eterno.
14 giugno 1928, Rosario, Argentina.Nasce Ernesto Rafael Guevara de la Serna Lynch. Da ragazzo legge Marx e Freud, ma anche Conrad e Neruda.Prima di diventare leggenda, fa il medico, il fotografo ambulante, lo scaricatore di banane, lo sguattero di bordo. Cura i lebbrosi, abbraccia i poveri, annota tutto nei suoi taccuini.
La fame, la dignità, la miseria.All’inizio è soltanto Ernesto. A Cuba diventa il Che, per via del suo modo di parlare, quell’intercalare argentino che diventa simbolo di un popolo intero. Sartre dirà di lui: “Non era solo un intellettuale: era l’essere umano più completo della nostra epoca.”
Nel 1953 si laurea in medicina. Poi parte, come un pellegrino armato di domande. Attraversa il Sudamerica in motocicletta, scoprendo che la vera malattia del continente non è la lebbra, ma l’ingiustizia. Nel 1955 arriva a Città del Messico. Conosce Fidel Castro, che lo invita nella spedizione verso Cuba.Ernesto accetta. Ma non come medico. Come combattente.Il 25 novembre 1956 salpa dal porto di Tuxpán sul Granma. Sono in 82. Arriveranno in 12. Dodici uomini contro un esercito. Il resto è storia: Sierra Maestra, Santa Clara, L’Avana. Il Comandante è l’anima della rivoluzione.
Nel 1959 diventa presidente del Banco Nacional, poi ministro dell’Industria.Firma le banconote con una sola parola: Che. Rifiuta lo stipendio, dorme poco, lavora molto. Insegna che l’uomo nuovo non nasce per decreto, ma nel sacrificio quotidiano.
Nel 1965 lascia tutto. Rinuncia ai titoli, al potere, alla gloria. Scrive ai genitori:“Riprendo la strada, scudo al braccio.Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi.”La sua traccia conduce in Congo, poi in Bolivia. Cerca di accendere il fuoco della rivolta nel cuore delle Ande. Ma i contadini lo temono, i soldati lo cacciano, la CIA lo bracca. Non arretra.
“Vale la pena morire per ciò che non muore.”Come scrive Italo Calvino: “Qualsiasi cosa cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d’ironia e di commiserazione.”
Il suo sguardo, fotografato da Korda, non guarda il passato. Guarda noi. Sfida la paura, la resa, l’indifferenza. Perché in un mondo in cui tutto si compra e tutto si vende, lui ha scelto di perdere tutto per non vendersi.
Ancora oggi Che Guevara non è un santino né un’icona da maglietta. È una provocazione. Un richiamo alla coerenza in un’epoca che ha disimparato il significato stesso della parola “coerenza”. È la memoria viva di un uomo che ha deciso di non tradire mai la distanza tra ciò che pensava e ciò che faceva.In tempi privi di senso, la sua lezione è questa: la fedeltà a un’idea non si misura dal successo. Ma dalla capacità di resistere anche quando tutto ti dice di smettere. Di vivere senza paura di credere in qualcosa di più grande di sé.

